L’Ungheria sceglie il cambiamento: Meloni riconosce Magyar mentre Orban esce di scena
La vittoria elettorale di Peter Magyar in Ungheria rappresenta un punto di svolta che costringe la politica europea a ripensare i propri equilibri. Giorgia Meloni, con la sua risposta calibrata agli eventi ungheresi, incarna perfettamente le contraddizioni e le sfide che definiscono la destra contemporanea: da un lato il riconoscimento della “vittoria chiara” del nuovo corso politico, dall’altro la lealtà verso Victor Orban, descritto senza esitazione come “il mio amico”. Questa dualità non è casuale, ma riflette una strategia consapevole di distanziamento dal leader ungherese senza rottura definitiva.
La premier italiana ha mantenuto una prudente distanza dalla campagna elettorale di Orban, limitandosi a un breve videomessaggio a gennaio, in netto contrasto con il sostegno esplicito ricevuto dall’amministrazione Trump. Tale scelta rivela una lettura sofisticata della situazione: mentre Meloni si prepara a collaborare con Magyar, contemporaneamente preserva la possibilità di continuare a dialogare con Orban “dall’opposizione”. Questo equilibrio rispecchia il mantra della premier—”bisogna parlare con tutti”—che ha caratterizzato la sua gestione dei dossier europei più spinosi, specialmente quelli che richiedevano mediazione con Budapest.
La reazione dell’opposizione italiana, tuttavia, non lascia spazio a interpretazioni benevole. Elly Schlein vede nella sconfitta di Orban una condanna più ampia: la débâcle del leader ungherese si estende, secondo la segretaria dem, anche a Meloni e Salvini, i cui “video imbarazzanti” a sostegno dell’autocrazia ungherese diventano simbolo di un’epoca che tramonta. Per Schlein, il voto ungherese sancisce la fine di un’era sovranista, quella delle “destre nazionaliste che stanno portando caos, guerre e dazi”. Carlo Calenda di Azione descrive l’esito come una “grande giornata per l’Europa”, mentre +Europa celebra la “sconfitta del tiranno Orban, nemico dell’Ue e dello Stato di diritto”.
Matteo Renzi, invece, ricorre all’ironia per sottolineare l’effetto boomerang della strategia meloniana. L’ex premier identifica l’”effetto Trump” come fattore determinante, ma non manca di evocare il “tocco magico di Meloni, Re Mida al contrario”, rimarcando come il sostegno della premier agli anti-europeisti in Polonia e Spagna si sia rivelato altrettanto disastroso. Giuseppe Conte, dal canto suo, legge nel voto ungherese un ulteriore capitolo di una narrazione più ampia: ogni affermazione democratica si trasforma in “un incubo per i fini patrioti di casa nostra”.
Nel centrodestra italiano il silenzio della Lega risulta particolarmente eloquente. Matteo Salvini, che solo ventiquattro ore prima del voto auspicava la presenza di Orban a Milano il 18 aprile “da vincitore”, si trova ora a gestire una débâcle che mina la credibilità del suo progetto sovranista europeo. Gli alleati di Meloni in Forza Italia e Noi Moderati commentano con cautela, mentre Fratelli d’Italia passa all’attacco, trovando “surreale” l’entusiasmo dell’opposizione per la vittoria di un candidato di centrodestra. Nicola Procaccini, copresidente del gruppo dei conservatori Ecr al Parlamento europeo, contesta l’euforia delle sinistre con una domanda retorica: perché esultare per la vittoria di un esponente di destra come se fosse Che Guevara?
Ma al di là delle polemiche domestiche, ciò che conta davvero è come Meloni intende costruire il rapporto con Magyar. I meloniani, a porte chiuse, esprimono una certa cautela nei confronti del nuovo leader ungherese, rimarcando la necessità di misurarne l’”affidabilità”. Questo rapporto dovrà essere costruito da zero, poiché Magyar ha finora evitato a Strasburgo di esporsi sui temi caldi della campagna: la posizione verso Kiev, il prestito europeo su cui Budapest ha mantenuto il veto insieme alla Slovacchia, il blocco dell’oleodotto Druzhba. Questioni complesse che non ammettono risposte facili e che richiederanno negoziazioni delicate.
Intanto, la postura italiana rimane invariata. Mercoledì, quando Meloni riceverà nuovamente Volodymyr Zelensky a Palazzo Chigi, la premier ribadirà al presidente ucraino che l’Italia non modifica il suo orientamento strategico. L’incontro affronterà questioni cruciali: il piano di pace per Kiev, le evoluzioni del conflitto in Iran—l’altro dossier che l’esecutivo monitora costantemente—e le prospettive di una situazione geopolitica rimasta precaria nonostante le apparenze di stabilità. La tregua, come osservato ai piani alti del governo, rimane “fragile”, e i segnali arriveranno dalla riapertura dei mercati. Se i mercati reggeranno l’urto delle distanze registrate nelle ultime ore, potrebbe emergere uno spazio ancora disponibile per la trattativa.







