Roma, cuore pulsante della protesta, si trasforma in palcoscenico di un confronto aspro. Poche ore prima che migliaia di voci si uniscano nel corteo No Kings – un grido contro tutti i re e le loro guerre – l’eurodeputata Ilaria Salis si trova sorpresa in albergo da agenti di polizia. Un semplice accertamento, dicono le forze dell’ordine, nato da un alert internazionale. Ma per l’opposizione, è l’ombra di un regime che si insinua.
Gli agenti bussano alla porta. Richiedono i documenti a lei e alla persona al suo fianco. Appurato che si tratta di un’europarlamentare, tutto si ferma lì: nessuna perquisizione, nessun ingresso nella stanza. La questura lo spiega con chiarezza: una verifica Schengen, su indicazione della Germania, un atto dovuto agli obblighi internazionali. Niente a che vedere con il corteo imminente, né con la nuova norma sul fermo preventivo, che permette di trattenere sospetti fino a dodici ore durante le manifestazioni.
Eppure, il dubbio serpeggia. “Siamo in un regime?”, tuona Ilaria Salis stessa, denunciando domande sugli agenti relative alla protesta, senza alcun verbale. Leader di Alleanza Verdi Sinistra come Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli attaccano duramente: lesa l’immunità parlamentare, violati i principi costituzionali. Chiedono al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi di riferire in Parlamento, e al titolare della Farnesina Antonio Tajani di convocare l’ambasciatore tedesco. Si sospetta un legame con ambienti estremisti d’oltreconfine, forse gli Hammerband tedeschi, ma nulla di confermato.
Il questore di Roma incontra i promotori della protesta, ribadendo: nessun nesso con le recenti misure sull’ordine pubblico. Intanto, Andrea Orlando del Pd solleva l’interrogativo sulla magistratura; Riccardo Magi di +Europa invoca trasparenza. Dal fronte governativo, il ministro della Difesa Guido Crosetto liquida le accuse come “solito polverone di falsità”. La tensione sale, ma non esplode.
E poi, il corteo. Migliaia in marcia, da tutta Italia, sotto striscioni che proclamano un mondo libero dalle guerre. Percorso autorizzato, scortato fino alla tangenziale. Controlli routinari, come sempre. Tra i manifestanti, un missile di legno ornato di fiori simboleggia la pace; immagini delle guerre in Medio Oriente incollate ovunque. Slogan riecheggiano: “Terza guerra mondiale? Ma che siete matti?”. Bandiere della pace, della Palestina, del Venezuela, della Cgil, di Avs. Qualche provocazione – foto di Meloni, La Russa e Nordio a testa in giù – e striscioni anarchici contro il 41bis, per Alfredo libero, in memoria di Sara e Sandro.
Pacifico. Ordine pubblico impeccabile. Ma l’episodio di Salis lascia un’eco: in una democrazia viva, ogni controllo su un rappresentante eletto accende il dibattito su libertà e sicurezza. Il mondo antagonista torna in piazza, e con esso le domande sul confine tra tutela e sospetto.







