Zelensky apre a un incontro con Putin, ma non a Mosca né a Kiev. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato la sua disponibilità a un dialogo diretto con Vladimir Putin, purché in una sede neutrale. Possiamo scegliere un posto in Medio Oriente, in Europa, negli Stati Uniti o ovunque altrove, ha affermato con fermezza, sottolineando che Mosca e Kiev sono escluse. Questa posizione emerge in un contesto di guerra protratta, al giorno 1507 del conflitto, con le elezioni ungheresi all’orizzonte.
Zelensky non cede sul Donbass. Concede che errori siano stati commessi prima dell’invasione, ma insiste: cedere quel territorio equivarrebbe a un invito all’occupazione di altre regioni vitali, come Kharkiv, con impatti devastanti sul PIL e sulla coesione sociale. Putin mira proprio a dividere la società ucraina, minando l’indipendenza del Paese. Costruire nuove fortificazioni richiederebbe un anno o più, tempo che la Russia sfrutterebbe senza pietà. Sul fronte iraniano, plaude al cessate il fuoco raggiunto dagli Stati Uniti, che alleggerisce la crisi energetica e permette di concentrarsi sull’Ucraina. Gli armamenti devono continuare ad arrivare, e Washington deve premere su Mosca per un negoziato.
Elogi a Giorgia Meloni come leader chiave. Zelensky loda la premier italiana come una voce forte e esplicita in Europa e a Bruxelles, cruciale per sbloccare i 90 miliardi di assistenza. Le sue relazioni con gli USA la rendono ideale per spingere verso un cessate il fuoco. Simili garanzie di sicurezza devono includere presenza europea e americana, per scoraggiare future aggressioni russe – magari non immediate, ma tra due o tre anni. Sulle elezioni ucraine, frena: la legge lo vieta sotto attacco, e garantire la sicurezza ai votanti è impossibile. Le sanzioni? Funzionano poco, vista la vendita di petrolio russo, ma gli USA devono rafforzale.
Zelensky riflette sugli anni pre-guerra. Tornare agli anni Novanta o ai primi Duemila non avrebbe fermato Putin, che avrebbe trovato un pretesto comunque. Sul futuro con Trump, ironizza: ho un rapporto buono perché gli dico in faccia che non ha sempre ragione. L’Ucraina offre esperienza preziosa, e il supporto americano deve essere ampio, non solo militare.
Intanto, diplomazia in fermento. Il segretario di Stato Marco Rubio ha incontrato il segretario generale della NATO Mark Rutte, focalizzandosi su Ucraina e Iran. Hanno discusso l’Operazione Epic Fury contro Teheran, sforzi per una soluzione negoziata a Kiev e il burden sharing – l’equa condivisione degli oneri – per rafforzare l’Alleanza contro minacce globali.
JD Vance gela l’Europa da Budapest. Il vicepresidente USA, in visita per sostenere Viktor Orbán prima delle elezioni ungheresi, critica la leadership europea per inerzia sul conflitto ucraino. Solo Meloni e Orbán emergono come interlocutori privilegiati, pragmatici nel cercare una via d’uscita. Questo rafforza un asse Washington-Roma-Budapest, ridisegnando influenze in NATO e Occidente.
Dall’altra parte, la portavoce russa Maria Zakharova avverte gli Stati baltici: consentire droni ucraini nel loro spazio aereo per colpire la Russia comporta rischi gravi. Mentre in Ungheria i sondaggi elettorali infiammano il dibattito, la guerra continua a Zaporizhzhia e oltre, con Kiev sotto pressione.







