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Tatuaggio sul polpaccio e divisa con la gonna: la Corte UE dice che l'Italia discrimina le poliziotte
Illustrazione generata con AI
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Tatuaggio sul polpaccio e divisa con la gonna: la Corte UE dice che l'Italia discrimina le poliziotte

L'Avvocata generale della Corte di Giustizia UE ha dichiarato discriminatorio il divieto di tatuaggi visibili per le candidate alle forze di polizia italiane. Il caso nasce dal ricorso di HG, esclusa da un concorso per un fiore sul polpaccio.

La Redazione ·3 settembre 2026 10:06 ·3 min di lettura

Un piccolo tatuaggio a forma di fiore sul polpaccio sinistro ha innescato una battaglia legale che arriva fino alla Corte di Giustizia dell'Unione europea. Al centro della vicenda c'è HG, una candidata italiana — identificata solo dalle iniziali — esclusa da un concorso per diventare agente di polizia in applicazione delle norme italiane che dichiarano inidonei i candidati con tatuaggi visibili indossando l'uniforme. Adesso l'Avvocata generale della Corte UE, Tamara Ćapeta, ha preso posizione: quella regola, applicata così com'è, discrimina le donne.

Il meccanismo che ha penalizzato HG è, in apparenza, neutro: niente tatuaggi visibili con la divisa. Ma è qui che la questione si complica. Il tatuaggio sul polpaccio della candidata sarebbe rimasto invisibile con l'uniforme operativa — che per le donne include i pantaloni — ed era invece esposto solo con la divisa da cerimonia femminile, quella con gonna e scarpe décolleté. Se HG fosse stata un uomo, in altre parole, quel tatuaggio sulla parte inferiore della gamba non sarebbe mai emerso come problema: la divisa maschile copre sempre quella zona. L'Avvocata generale ha quindi concluso che l'applicazione combinata del divieto di tatuaggi e dell'obbligo di indossare abiti diversi a seconda del genere produce, di fatto, una discriminazione indiretta basata sul sesso.

Le conclusioni dell'Avvocata generale non sono ancora una sentenza vincolante: spetterà alla Corte di Giustizia UE pronunciarsi in via definitiva. Ma le indicazioni dell'Avvocata generale vengono solitamente prese in seria considerazione dai giudici europei, e il precedente potrebbe avere conseguenze dirette sull'ordinamento italiano.

Il caso porta il numero C-320/25 ed è arrivato a Lussemburgo attraverso un percorso tortuoso. Il Tar del Lazio aveva inizialmente riammesso HG al concorso, accogliendone il ricorso nel merito; il Consiglio di Stato aveva poi ribaltato quella decisione. La Cassazione, investita della questione, aveva riconosciuto che le norme sui tatuaggi toccano anche libertà costituzionali e che esisteva un rischio discriminatorio, ma aveva dichiarato inammissibile il ricorso. Alla fine è stato di nuovo il Tar del Lazio a rimettere la questione alla Corte europea, chiedendo se la normativa italiana sia compatibile con il diritto UE in materia di parità di trattamento, in particolare con la direttiva 2006/54/CE sulla parità tra uomini e donne in materia di occupazione, con gli articoli 21 e 23 della Carta dei diritti fondamentali dell'UE e con il principio di proporzionalità.

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Sul fronte italiano, le regole che governano l'accesso alle forze di polizia e alle forze armate non derivano da una legge primaria specifica, ma da direttive amministrative e policy interne di ciascun corpo. In linea generale, sono esclusi i tatuaggi nelle aree anatomiche non coperte da nessun tipo di uniforme — testa, collo, avambracci, mani, gambe — e quelli con contenuti volgari, discriminatori o offensivi verso le istituzioni. Il Consiglio di Stato, con una sentenza del 16 marzo 2026, ha confermato la legittimità di escludere i candidati con tatuaggi visibili con qualsiasi uniforme, incluse quella estiva e quella ginnica.

L'Avvocata generale Ćapeta ha però respinto anche l'argomento delle esigenze di rappresentanza: le autorità italiane avevano difeso la divisa femminile da cerimonia come necessità istituzionale, ma secondo Ćapeta questo non basta a giustificare una discriminazione. Né il solo fatto che la regola sui tatuaggi si applichi formalmente a tutti — uomini e donne — la rende automaticamente equa, se le conseguenze pratiche ricadono in misura sproporzionata su una delle due categorie.

Non sarebbe la prima volta che la Corte di Giustizia UE interviene su discriminazioni indirette nei concorsi per le forze dell'ordine: in passato i giudici europei si sono già espressi contro l'imposizione di una statura minima uguale per tutti i candidati — requisito che sfavoriva statisticamente un numero molto più alto di donne — e contro limiti d'età che potevano risultare ingiustificati rispetto alle funzioni effettivamente richieste.

Se la Corte dovesse confermare le conclusioni dell'Avvocata generale, l'Italia sarà chiamata a rivedere almeno in parte le proprie norme di accesso alle forze di polizia, con possibili ripercussioni anche su altri corpi e sulle regole che impongono divise diverse in base al genere. Per le candidate che si trovano in situazioni analoghe a quella di HG, la sentenza potrebbe aprire la strada a nuovi ricorsi.

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