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Nepal e Tibet, il bilancio sale a 750 morti: tre italiani dispersi tra il fango
Illustrazione generata con AI
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Nepal e Tibet, il bilancio sale a 750 morti: tre italiani dispersi tra il fango

Un crollo glaciale ha scatenato ondate di piena devastanti al confine tra Nepal e Tibet. Tra i 3.044 dispersi, anche tre cittadini italiani.

La Redazione ·30 agosto 2026 7:06 ·3 min di lettura

Sono serviti quattro giorni perché la dimensione reale della catastrofe emergesse per intero. Mercoledì 26 agosto 2026, nella valle del fiume Trishuli, al confine tra il Nepal e la regione cinese del Tibet, una valanga di ghiaccio e roccia si è staccata da un ghiacciaio a circa 5.200 metri di altitudine. La massa è precipitata in una gola stretta, ostruendola temporaneamente. Quando lo sbarramento è ceduto, l'acqua accumulata si è trasformata in un'ondata di fango e massi che ha devastato tutto ciò che incontrava lungo il corso del fiume Bhote Koshi e del Trishuli. Al 30 agosto il bilancio è di 750 vittime accertate e 3.044 dispersi — un numero che, nelle ore successive, potrebbe ancora crescere.

L'US Geological Survey aveva inizialmente segnalato un'attività sismica nell'area, generando confusione. Ha poi chiarito che non si è trattato di un terremoto: il crollo glaciale e la colata detritica hanno semplicemente rilasciato un'energia equivalente a quella di un sisma di magnitudo 5.2. Un dettaglio tecnico, ma importante: cambia radicalmente la lettura dell'evento e i protocolli di risposta. Sul versante cinese, in Tibet, sono stati registrati 16 morti e 546 dispersi. Le autorità di Pechino hanno però sospeso le operazioni di soccorso nella zona, a causa del rischio concreto che nuove dighe naturali di detriti possano collassare da un momento all'altro.

Tre italiani nel nulla, la Farnesina invia una task force

Tra le oltre 500 persone di nazionalità straniera disperse in Nepal si contano anche tre cittadini italiani. Uno di loro è stato identificato: si tratta di Marco Ratto, originario di Rapallo, in Liguria, che stava partecipando a un'escursione di gruppo quando è stato travolto dagli eventi. Per gli altri due, le informazioni disponibili restano scarse.

Il governo italiano ha reagito con rapidità. Su indicazione del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, una task force dell'Unità di Crisi della Farnesina è arrivata a Kathmandu insieme al personale dell'Ambasciata d'Italia a New Delhi. L'obiettivo è rafforzare la presenza diplomatica, coordinare il lavoro del Consolato Onorario locale e acquisire informazioni aggiornate sullo stato dei tre dispersi. La Farnesina ha anche diramato una raccomandazione esplicita ai connazionali presenti nella regione: evitare le zone colpite, in particolare il valico di Gyirong, nella Prefettura di Shigatse in Tibet, mantenersi informati e registrarsi sul portale "Dove siamo nel mondo".

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Il gruppo più numeroso di stranieri dispersi è quello degli indiani, con 178 persone, seguito da statunitensi (65), ucraini (53), malesi (51), australiani (35), britannici (33) e canadesi (25). Una mappa che racconta quanto questa area — meta di trekking, pellegrinaggi e turismo d'avventura — fosse frequentata al momento del disastro.

Una catastrofe che si misura anche in infrastrutture distrutte

Le operazioni di soccorso si scontrano con un ostacolo fisico difficile da superare: strade e vie di comunicazione sono state spazzate via dall'ondata di piena, rendendo molte zone isolate e quasi irraggiungibili. Le prime 48-72 ore sono considerate decisive per trovare sopravvissuti vivi tra le macerie, e quel margine si è già consumato. Gli operatori sul campo lavorano sapendo che il tempo non è dalla loro parte.

La Federazione internazionale della Croce Rossa stima che circa 93.000 persone in Nepal abbiano bisogno di assistenza. Sul fronte degli aiuti internazionali, gli Stati Uniti hanno stanziato 3,6 milioni di dollari, l'Unione Europea due milioni di euro, e le Nazioni Unite hanno annunciato lo sblocco di 2 milioni di dollari dal Fondo per l'emergenza, mentre l'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari gestisce immagini satellitari per orientare i soccorsi.

C'è poi uno sfondo più ampio che gli esperti non esitano a evocare. Molte delle comunità colpite erano già state devastate dal terremoto del 2015, e non si sono mai del tutto riprese. Le frane e le alluvioni sono fenomeni ricorrenti in Nepal, ma la crisi climatica li sta rendendo più frequenti e più violenti. Il ritiro dei ghiacciai himalayani, accelerato dal riscaldamento globale, aumenta la probabilità di crolli come quello del 26 agosto. A questo si aggiungono, secondo alcuni osservatori, i fattori legati all'espansione di infrastrutture cinesi lungo il confine tibetano — argini, strade, dighe di derivazione — che avrebbero potuto amplificare l'impatto dell'ondata, creando colli di bottiglia e picchi di piena secondari lungo i fiumi.

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