Per la prima volta dopo anni di guerra, il cielo di Mosca si è riempito di fumo nero. Le esplosioni dei droni hanno colpito la raffineria principale della capitale russa e, con essa, l’idea stessa di invulnerabilità che il Cremlino ha cercato di difendere fin dall’inizio del conflitto. Il messaggio è netto: la guerra non resta più lontana dai centri del potere, ma entra nel cuore politico e simbolico della Russia.
Nella notte, secondo il ministero della Difesa russo, sono stati lanciati 555 droni contro il territorio della Federazione, un numero che rende l’operazione uno dei raid più imponenti dall’inizio della guerra. A Mosca, tutti e quattro gli aeroporti internazionali sono rimasti chiusi per ore, mentre a sud-est della città la raffineria Gazprom di Kapotnya ha preso fuoco per la seconda volta in tre giorni. Le fiamme si sono alzate alte sopra la periferia, visibili da lontano, mentre nel raggio dell’attacco risultavano danneggiati anche un condominio e alcuni centri commerciali. Le autorità regionali hanno parlato di 17 feriti, tra cui due bambini.
L’attacco è arrivato mentre Vladimir Putin si trovava a Kazan, a circa 700 chilometri dalla capitale, impegnato in un vertice con i Paesi dell’Asean. Un dettaglio che ha rafforzato la percezione di una Russia costretta a gestire, nello stesso momento, la dimensione diplomatica e quella militare di una crisi sempre più estesa. E proprio questa sovrapposizione ha reso ancora più evidente il messaggio politico di Kiev: colpire infrastrutture energetiche e logistiche significa mostrare ai russi che la guerra ha un costo concreto, quotidiano, impossibile da ignorare.
Volodymyr Zelensky ha spiegato che gli attacchi ucraini contro raffinerie e impianti petroliferi servono a far capire al popolo russo che un solo uomo ha scelto questa guerra, mentre la popolazione ne sopporta le conseguenze. In questa logica, i raid non sono solo un gesto militare, ma un modo per spostare il conflitto dentro la percezione interna della Russia. E al vertice del G7, il presidente ucraino ha ottenuto un nuovo impegno da parte di europei e Stati Uniti: sostegno militare e politico senza cedimenti, soprattutto sulla difesa aerea, considerata ormai decisiva per la sopravvivenza del Paese.
Da Mosca, però, la lettura è opposta. Yuri Ushakov, consigliere del presidente russo, ha sostenuto che questo scenario non favorisce affatto un eventuale incontro tra Putin e Zelensky. Sergei Lavrov è andato oltre, promettendo che i raid russi continueranno in modo regolare e su vasta scala contro obiettivi ritenuti strategici per la capacità di combattimento ucraina. La risposta del Cremlino, quindi, non lascia spazio a segnali di distensione: ogni colpo ricevuto alimenta una nuova fase di pressione.
Sul fronte occidentale, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invece interpretato gli eventi come la prova che Kiev sta cambiando gli equilibri sul campo. Ma ha aggiunto anche un avvertimento: questo vantaggio potrà reggere solo se il sostegno internazionale verrà rafforzato, non solo per l’urgenza immediata della difesa aerea, ma anche in prospettiva, per garantire che l’Ucraina resti sovrana, libera e sicura. È qui che la guerra mostra il suo volto più duro. Non è più soltanto una sequenza di attacchi e ritorsioni. È una lotta di logoramento, in cui ogni infrastruttura colpita, ogni aeroporto chiuso, ogni colonna di fumo sopra Mosca o Kiev diventa parte di una battaglia più ampia per la tenuta politica dei due Paesi.
E mentre la capitale russa bruciava, anche l’Ucraina continuava a essere bersaglio di raid. Nella stessa notte, l’aeronautica di Kiev ha segnalato l’arrivo di sette missili e 239 droni russi. Nel Dnipropetrovsk due persone sono morte e 17 sono rimaste ferite; nella regione di Sumy è stata uccisa un’altra persona. La guerra, insomma, resta biunivoca e feroce. Colpisce in profondità, si allarga, e non concede tregua a nessuno.







