Ceuta, Madrid attacca Roma: «L'Italia non è all'altezza». Tajani replica con i numeri
Dopo la crisi migratoria senza precedenti nell'enclave spagnola, lo scontro diplomatico tra Italia e Spagna si fa aperto. I ministri degli Esteri dei due Paesi si sfidano a colpi di statistiche.
Tra il 30 luglio e il 1° agosto 2026, Ceuta ha vissuto quello che già viene definito l'episodio migratorio più grave nella storia recente dell'enclave spagnola: decine di migliaia di persone hanno superato la frontiera terrestre con il Marocco o raggiunto la costa a nuoto, aggirando le barriere marittime del Tarajal. Il governo spagnolo ha stimato circa 50.000 ingressi in due giorni; il presidente della città autonoma, Juan Jesús Vivas, ha parlato di una cifra vicina alle 60.000 unità. I dati restano provvisori, data la rapidità e il disordine degli arrivi. Più di 48.000 persone sarebbero già rientrate in Marocco, in gran parte volontariamente. Il bilancio umano è pesante: almeno 67 morti sul lato spagnolo della frontiera, con alcune fonti che indicano cifre fino a 72 o 88 decessi tra annegati e persone rimaste schiacciate nella ressa.
La risposta italiana non si è fatta attendere. Il 31 luglio il governo di Giorgia Meloni ha deciso di ripristinare, a partire dal 1° agosto e per un mese, i controlli di frontiera con la Spagna su navi e aerei. La misura — tecnicamente una possibilità prevista dal Trattato di Schengen stesso in caso di «minaccia grave per l'ordine pubblico o la sicurezza interna» — è stata subito ribattezzata dai media «sospensione di Schengen». Meloni ha precisato che l'impatto sul turismo sarebbe stato limitato e fonti governative hanno chiarito che i controlli avrebbero riguardato solo i cittadini non europei.
È stata questa decisione ad accendere lo scontro diplomatico. In un'intervista all'emittente spagnola Rtve, il ministro degli Esteri di Madrid, José Manuel Albares, ha attaccato apertamente Roma. «Ci sono stati Paesi e governi che non si sono dimostrati all'altezza, oltre a politici e partiti, anche qui in Spagna», ha dichiarato, indicando nell'Italia il bersaglio principale della critica. Albares ha sostenuto che l'Italia è il Paese con il maggior numero di ingressi irregolari in Europa, mentre la Spagna registrerebbe le cifre più basse. Ha aggiunto, con una punta di sarcasmo, che all'Italia «piacerebbe risolvere la situazione a Lampedusa» come è stata risolta quella di Ceuta, ricordando anche le «crisi ripetute» nel canale di Sicilia e rivendicando la solidarietà spagnola in quelle circostanze.
La replica del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani è arrivata dati alla mano. Secondo il Ministero dell'Interno, gli arrivi irregolari via mare fino al 15 luglio 2026 sono stati 15.323, con un calo del 54% rispetto al 2025 e del 50% sul 2024. Tajani ha sottolineato che dal 2023 gli sbarchi sono diminuiti del 60% su base annua, e che nel periodo gennaio-luglio 2026 il calo è dell'80% rispetto allo stesso arco del 2023. I dati di Frontex, l'agenzia europea per le frontiere, offrono tuttavia uno sguardo più lungo: tra il 2021 e il 2026 risultano 478.600 ingressi irregolari attraverso l'Italia e 234.760 attraverso la Spagna, un divario significativo che Albares ha usato come argomento nel dibattito.
La disputa sui numeri riflette due narrazioni divergenti che, al di là della polemica diplomatica, mettono in luce la complessità strutturale del fenomeno. La Spagna, da un lato, ha una lunga tradizione di regolarizzazioni straordinarie: a gennaio 2026 ha approvato la nona, che ha interessato oltre 500.000 persone, con domande che a metà giugno avevano già superato le 900.000. Stime di Funcas indicano che gli stranieri in situazione irregolare in territorio spagnolo erano circa 840.000 al 1° gennaio 2025, contro i 100.000 del 2017. Madrid giustifica questa politica anche con un argomento economico: il Paese avrebbe bisogno di circa 300.000 lavoratori migranti ogni anno per sostenere il proprio sistema di welfare.
All'interno della stessa Spagna le posizioni non sono compatte. Il presidente di Ceuta, Vivas, ha criticato apertamente il governo centrale, sostenendo che il Marocco non si è dimostrato un partner affidabile nella gestione della crisi e chiedendo una risposta più decisa sia da Madrid che dall'Unione Europea. Il governo spagnolo, al contrario, ha difeso la cooperazione con Rabat come leva principale per il rapido rientro dei migranti. La Commissione Europea ha espresso sostegno alla Spagna, ribadendo che Ceuta è una frontiera esterna dell'intera Unione e sottolineando la necessità di rafforzare i controlli e la cooperazione con i Paesi terzi.
Il nodo politico si sposta ora verso Bruxelles. L'Italia ha proposto la creazione di hub per i rimpatri in Paesi terzi, un piano che sarà discusso al Consiglio europeo del 4 agosto 2026. La crisi di Ceuta — la più grave dal maggio 2021, quando oltre 8.000 persone erano entrate nell'enclave dopo un allentamento dei controlli marocchini — torna così a porre una domanda a cui l'Europa non ha ancora dato risposta univoca: chi gestisce le frontiere esterne dell'Unione, e con quali strumenti condivisi?