Massimo Giletti torna a interrogarsi su una delle pagine più controverse della storia italiana: la fine di Benito Mussolini e ciò che, a distanza di decenni, resta ancora avvolto nel dubbio. Il suo nuovo lavoro, Mussolini – Le verità nascoste, prende avvio dal misterioso carteggio tra Winston Churchill e il Duce e lo trasforma in un viaggio dentro una trama di documenti scomparsi, piste riaperte e domande rimaste senza una risposta definitiva.
Al centro del racconto c’è proprio questo: non la semplice ricostruzione di un evento storico, ma la ricerca ostinata di ciò che è stato nascosto, spostato, forse perfino manipolato. Giletti parla di testimonianze tra loro incompatibili, di carte apparse e poi svanite, di materiali che nel tempo avrebbero alimentato versioni divergenti e spesso inconciliabili. Ed è da questa zona d’ombra che nasce la forza della docu-inchiesta: il desiderio di capire perché, sulla fine del fascismo e sull’ultimo giorno del suo leader, continui a non esserci una verità pienamente condivisa.
Il racconto si allarga poi oltre il perimetro italiano. Tra i documenti riemersi, alcuni arrivano dal Vaticano e dall’Inghilterra; materiali desecretati che, secondo il conduttore, aprono scenari nuovi e non ancora del tutto esplorati. C’è anche il suo viaggio in Albania, compiuto in solitudine, nel luogo in cui sarebbe custodito il mitra che uccise Mussolini. Un dettaglio che aggiunge ulteriore tensione alla storia, soprattutto per il modo in cui quell’oggetto sarebbe sparito dal circuito delle prove durante il processo del 1957 sui vertici partigiani coinvolti nella vicenda dell’Oro di Dongo. Giletti racconta persino che l’arma sarebbe stata trasportata fino lì dentro una valigia diplomatica. È un passaggio che sembra uscito da un romanzo, e invece appartiene alla cronaca di un mistero storico ancora irrisolto.
La trasmissione mette poi in dialogo voci diverse, e spesso lontane per sensibilità e interpretazione. Gianni Oliva, descritto come uno dei maggiori conoscitori del periodo, viene affiancato a Roberto Festorazzi per far emergere letture differenti dello stesso passato. A Michele Santoro, invece, Giletti riserva una domanda netta, quasi tagliente: perché in Italia non c’è stata una Norimberga? Perché i gerarchi fascisti e Mussolini furono eliminati così rapidamente? Sono domande che non cercano solo una risposta storica, ma chiamano in causa il rapporto del Paese con la propria memoria, con la giustizia mancata e con le occasioni di chiarimento forse perdute per sempre.
Attorno a questo nucleo si muove un coro di studiosi e testimoni che arricchiscono il quadro senza ridurlo a una semplice somma di opinioni. Bruno Vespa, Mirella Serri, Valentina C. De Santis e Richard Toye contribuiscono con analisi e letture differenti, mentre il medico legale Vittorio Fineschi prova a ricostruire, attraverso le fotografie del corpo di Mussolini, una sorta di autopsia virtuale. L’obiettivo è capire con quale arma sia stato colpito e a che ora, come se la precisione forense potesse restituire un frammento di verità dove la storia ha lasciato solo indizi. È un passaggio che dà al racconto un tono quasi investigativo, sospeso tra documento, ipotesi e ricostruzione scientifica.
Non mancano infine le voci della memoria familiare, che portano nella narrazione un elemento più intimo e umano. Edda Negri Mussolini racconta la nonna Rachele, figura che Giletti definisce un osservatorio privilegiato perché capace di restituire il dolore domestico dietro il nome del dittatore. Rachele, secondo il suo racconto, pregava spesso per Claretta Petacci, sentita come la donna che era rimasta accanto all’uomo amato. E poi c’è Carlo Alberto Biggini, nipote dell’ex ministro dell’educazione della Repubblica Sociale Italiana, che riporta al centro la figura di un uomo descritto come un fascista illuminato, di cui Mussolini si fidava molto e che, secondo alcune ipotesi, avrebbe potuto custodire il celebre carteggio con Churchill. È un tassello che aggiunge un ulteriore livello di ambiguità a una vicenda già fitta di sospetti.
Sul futuro in Rai, Giletti mantiene un tono prudente ma fiducioso. Dice di aspettarsi una conferma del contratto e di guardare avanti con serenità. Ma, almeno per ora, il centro della scena resta altrove: nel punto esatto in cui storia, memoria e mistero continuano a sovrapporsi. Adesso, per lui, il pensiero è tutto su Mussolini.







