Cannes, riflettori su Penélope Cruz, Tilda Swinton e i film del giorno
Cannes entra in una delle sue giornate più dense, di quelle in cui il festival sembra respirare al ritmo dei suoi stessi film. Al centro ci sono storie lontane tra loro per ambientazione e tono, ma unite da una stessa tensione: il bisogno di raccontare l’essere umano quando è messo alla prova, nella guerra, nel desiderio, nell’eredità affettiva o nel semplice tentativo di restare vivi. È un programma che alterna emozione, ambizione e star power. E che promette di lasciare il segno.
In concorso torna Lukas Dhont, autore già premiato sulla Croisette, con Coward, un film che si muove nel pieno della Prima guerra mondiale e osserva due soldati sospesi tra violenza e sopravvivenza. Dhont lo presenta come una riflessione sull’amore e sulla morte, sulla creazione e sulla distruzione, su quella fragile possibilità di bellezza che può nascere perfino nel buio più fitto. È un cinema che non cerca scorciatoie: preferisce guardare in faccia la ferita, ma senza rinunciare alla speranza. La vicenda di Pierre e Francis, immersa nel caos del fronte, diventa così un racconto intimo dentro la grande storia, dove il teatro, la solidarietà e il desiderio di resistere assumono un valore quasi necessario.
Più tardi arriva il momento di La bola negra, il nuovo film di Javier Calvo e Javier Ambrossi, per tutti Los Javis, che portano in concorso un’opera costruita come un intreccio di tempi e di identità. Al centro ci sono tre uomini, tre epoche, un unico filo invisibile fatto di desiderio, dolore ed eredità. La storia attraversa il 1932, il 1937 e il 2017, e lascia emergere come certi legami continuino a vibrare oltre il tempo, oltre i cambiamenti della società, oltre perfino le definizioni più comode. Nel cast c’è anche Penélope Cruz, presenza attesa e magnetica, che aggiunge ulteriore peso a un film già pensato per incidere.
La giornata non si esaurisce però nei titoli del concorso. Uno dei nomi più attesi è quello di Tilda Swinton, protagonista di un incontro con il pubblico che si annuncia come un momento speciale, quasi un ritratto vivo di una delle interpreti più libere e imprevedibili del cinema contemporaneo. Swinton ha costruito la propria carriera attraversando mondi molto diversi tra loro, dall’avanguardia al cinema popolare, mantenendo sempre intatta una qualità rara: la capacità di trasformarsi senza mai sembrare artificiale. Il suo percorso è una lezione di coerenza nella metamorfosi. E il suo rapporto con il festival, come con molti dei grandi autori con cui ha lavorato, racconta bene la centralità che ha conquistato nel panorama internazionale.
Sul versante delle proiezioni speciali, Quentin Dupieux chiude la sua presenza con Le vertige, primo film d’animazione realizzato attraverso motion capture e immaginato con una logica visiva che richiama l’estetica dei videogiochi. Dupieux, come spesso accade nei suoi lavori, parte da un’idea apparentemente semplice e la porta rapidamente fuori asse, verso un territorio di assurdo controllato e comicità surreale. Qui il punto di partenza è quasi da commedia filosofica: un uomo arriva dall’amico per annunciargli qualcosa di enorme, cioè che l’umanità intera vive dentro una simulazione. Da lì in poi, tutto può succedere.
Quello che emerge, nel complesso, è un Cannes che ama ancora la varietà, ma non rinuncia a cercare un filo comune tra opere molto distanti. C’è il trauma della guerra, c’è la memoria che attraversa le generazioni, c’è il volto di un’attrice capace di essere insieme icona e enigma. E poi c’è il piacere, sempre più raro, di vedere il festival muoversi come un organismo vivo: con i suoi grandi ritorni, le sue scoperte e quella sensazione costante che ogni giornata possa riservare un nuovo punto di svolta.