Calendario Pirelli 2027: l’India tra memoria, sguardo e spiritualità
L’India del Calendario Pirelli 2027 non è soltanto uno sfondo: è il vero centro emotivo del progetto, il luogo in cui memoria, identità e sguardo contemporaneo si intrecciano fino a diventare un’unica narrazione. Tra Jaipur, il Rajasthan, Delhi, le campagne, la giungla e le città, il racconto si muove come un attraversamento di mondi diversi, ciascuno attraversato da una stessa domanda: come si restituisce la complessità di un Paese che sembra contenere infinite versioni di sé? La risposta arriva attraverso due sensibilità complementari, quella di Sølve Sundsbø e quella di Raghu Rai, con la presenza decisiva di Avani Rai, che dopo la scomparsa del padre ha raccolto il testimone trasformandolo in visione personale.
Nel cuore di questo lavoro c’è un’idea precisa: non imitare, ma continuare. Avani Rai lo dice con lucidità, quasi con delicatezza, spiegando che suo padre non le ha mai insegnato come ritrarre una persona, ma come guardare: non fermarsi a un solo elemento dell’inquadratura, non isolare il soggetto dal resto del mondo, lasciar convivere più livelli nello stesso frame. È una lezione che va oltre la fotografia e diventa un modo di stare dentro il tempo. Anche il suo rapporto con gli archivi inediti del padre va in questa direzione: quelle immagini non sono materiale da museo, ma materia viva, ancora pulsante, capace di parlare al presente. In questo calendario, infatti, gli scatti di Raghu Rai non vengono trattati come reliquie, bensì come un backdrop di vita, un paesaggio interiore che continua a respirare.
La spiritualità, per Avani, è il punto da cui tutto prende forma. Su questo insiste con forza, raccontando di cercare il divino nelle fotografie del padre e, insieme, di cercare il padre attraverso quel medesimo slancio verso il divino. Ne emerge un’idea di India che non è mai puramente documentaria, perché la documentazione, da sola, non basterebbe. Qui ogni immagine porta con sé una tensione più ampia, una dimensione quasi meditativa. Le strade, i mercati, i cinema, i tetti, i gesti quotidiani delle persone non diventano semplici scenari: diventano il luogo in cui una cultura si mostra senza smettere di custodire il proprio mistero.
A questo universo si accosta lo sguardo di Sundsbø, che arriva da esterno e proprio per questo rivendica la sua posizione con onestà. Si definisce un ospite, e non potrebbe essere diversamente. Non pretende di raccontare l’essenza dell’India, ma di restituirne una percezione, una fragranza, un’intensità. La sua è una visione fatta di ritratti, soprattutto di donne, e non di simboli prevedibili. Niente cartoline facili, niente cliché da meraviglia esotica. Piuttosto, una ricerca di ricchezza visiva, di struttura, di presenza. Sundsbø parla di un calendario diverso dal precedente, più naturale, quasi interamente affidato alla luce del giorno e agli esterni, e proprio questa scelta contribuisce a dare al progetto un tono meno costruito e più respirato.
Il risultato è un mosaico di volti e presenze femminili che attraversano il calendario come capitoli di una stessa storia: Rupi Kaur, Padma Lakshmi, Bhavitha Mandava, Lakshmi Menon, Freida Pinto, Aditi Rao Hydari, Anoushka Shankar e Avantika Vandanapu. Sono donne diverse per percorso, linguaggio, fama e generazione, ma unite da un’idea comune di forza e rappresentazione. In loro l’India non viene ridotta a un’immagine univoca; al contrario, si moltiplica. Ogni ritratto porta con sé un frammento di modernità e, allo stesso tempo, una continuità profonda con il passato.
Padma Lakshmi, per esempio, riporta il discorso all’origine più intima: la cucina, la casa, la famiglia, il femminile vissuto non come posa ma come esperienza concreta. Il suo racconto è quello di uno spazio domestico in cui le donne si riuniscono, parlano, decidono, tramandano, osservano. È lì che si forma una grammatica affettiva fatta di voci, odori, gesti e sguardi. E in quella memoria entra anche una riflessione netta sul presente: i social media amplificano pressioni e aspettative, soprattutto sulle donne, spingendo l’attenzione sull’immagine più che sul talento, sull’apparenza più che sul lavoro. Lakshmi guarda a sua figlia con la speranza che sappia difendere ciò che conta davvero: l’etica, la capacità, il modo in cui ci si relaziona agli altri.
Accanto a lei, Bhavitha Mandava rappresenta un’altra sfumatura della stessa trasformazione: giovane, colta, già affermata, emersa in modo quasi inatteso e poi diventata uno dei volti più riconoscibili della moda internazionale. La sua presenza nel progetto aggiunge un elemento importante, perché racconta un’India che non è più confinata nella tradizione né completamente assorbita dall’idea occidentale di successo. È un’India che parla di inclusione, di accoglienza, di possibilità. E nel set del calendario questa dimensione si traduce anche in un gesto umano semplice ma decisivo: sentirsi a proprio agio, compresa, mai fuori posto.
Alla fine, ciò che rende questo Calendario Pirelli così particolare è il modo in cui tiene insieme livelli solo apparentemente distanti. C’è la visione di un fotografo internazionale che osserva da fuori senza pretendere di possedere il Paese che racconta. C’è l’eredità di un maestro della fotografia indiana, resa viva dalla figlia che non ne imita il linguaggio ma ne prosegue lo spirito. E c’è, soprattutto, l’India stessa, che non viene mai semplificata: resta molteplice, vibrante, spirituale, materiale, antica e presente nello stesso istante. Il calendario nasce proprio lì, in quella soglia sottile in cui il ritratto diventa racconto e il racconto si fa, finalmente, esperienza.