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Addio a Fulvio Lucisano, 98 anni e 130 film: Roma saluta il produttore che ha fatto storia
Foto: Sannita / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0
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Addio a Fulvio Lucisano, 98 anni e 130 film: Roma saluta il produttore che ha fatto storia

Funerali a Santa Maria del Popolo per il fondatore della Italian International Film. Le figlie annunciano una seconda cerimonia dopo Venezia.

La Redazione ·20 agosto 2026 6:11 ·3 min di lettura

Nella Basilica di Santa Maria del Popolo, a Roma, si è tenuto il 19 agosto l'ultimo saluto a Fulvio Lucisano, il produttore cinematografico scomparso il giorno prima all'età di 98 anni. Una vita intera spesa a costruire il cinema italiano, film dopo film, dai documentari del dopoguerra alle commedie che hanno riempito le sale negli anni Duemila. La chiesa, nel cuore di Piazza del Popolo, era affollata di colleghi, amici e di chi, in un modo o nell'altro, gli deve una parte della propria carriera.

Tra i presenti si riconoscevano Alessandro Siani, Max Tortora, Massimiliano Bruno, Massimo Ghini, Silvio Muccino, Alessandro Gassman e Ricky Tognazzi — nomi che raccontano da soli la vastità di un catalogo che abbraccia generazioni e generi diversi. In prima fila, le figlie Paola e Federica Lucisano, che oggi guidano le aziende di famiglia: Paola come presidente, Federica come amministratore delegato di Italian International Film e Lucisano Media Group. Hanno annunciato che dopo il Festival di Venezia si terrà una seconda cerimonia commemorativa, un appuntamento che il padre, appassionato frequentatore della Mostra, avrebbe probabilmente apprezzato.

Nato a Roma il 1° agosto 1928, Lucisano aveva esordito nel mondo del cinema nel 1949, partecipando al documentario Anno Santo e avviando una collaborazione con l'Istituto Luce. Meno di dieci anni dopo, nel 1958, fondava la Italian International Film — la IIF — e poneva le basi di quello che sarebbe diventato uno dei gruppi produttivi più longevi e prolifici del panorama nazionale. Nel corso della sua carriera ha prodotto oltre 130 film, un numero che da solo basterebbe a descrivere una traiettoria fuori dal comune, ma che diventa ancora più significativo se si guarda ai titoli e ai nomi coinvolti.

Con Lucisano hanno lavorato registi e attori come Massimo Troisi, Lina Wertmüller, Alberto Sordi, Mario Bava, Francesca Archibugi, Fausto Brizzi e Alessandro Siani. Il suo tocco è riconoscibile in film che appartengono alla memoria collettiva degli italiani: Ricomincio da tre di Troisi nel 1981, Il grande cocomero di Archibugi nel 1993, Fantozzi – Il ritorno nel 1996, Notte prima degli esami nel 2006, Ex nel 2009. Una lista che attraversa il cinema d'autore e la commedia popolare senza mai separare le due anime, come se per lui quella distinzione non avesse mai avuto troppo senso.

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I riconoscimenti non sono mancati: cinque David di Donatello, tra cui un David speciale alla carriera assegnato nel 2009, e quattro Nastri d'Argento. Nel 2005, la 62ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia gli aveva dedicato una retrospettiva completa. Nel 2007 era arrivato il titolo di Cavaliere del Lavoro. Dal 1998 al 2001 aveva ricoperto la presidenza dell'ANICA, l'Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Digitali, contribuendo a dare forma alle politiche del settore in anni di profondi cambiamenti tecnologici e distributivi.

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli lo ha ricordato come «uno dei grandi architetti del cinema italiano», una definizione che coglie bene il profilo di un uomo che non si è limitato a finanziare storie, ma ha contribuito a costruire un'industria. Anche la Biennale di Venezia ha voluto esprimere la propria vicinanza, sottolineando il ruolo che Lucisano ha avuto nel sostenere tanto il cinema popolare quanto quello d'autore — due mondi che lui ha sempre considerato complementari, non opposti.

Le figlie, raccogliendo un'eredità tanto impegnativa quanto preziosa, hanno scelto di non chiudere il lutto con un solo rito. La seconda cerimonia, prevista dopo Venezia, sarà probabilmente l'occasione per il mondo del cinema di riunirsi ancora una volta e fare i conti con l'assenza di una figura che ha attraversato quasi ottant'anni di storia italiana davanti e dietro una macchina da presa.

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