Fulmini, cosa fare (e cosa non fare) per salvarsi: il vademecum della Protezione Civile
Dopo due morti il 17 agosto, la Protezione Civile ha diffuso le regole per proteggersi dai fulmini in montagna, al mare, in campeggio e in città.
Due persone sono morte il 17 agosto 2026 a causa di fulmini: un turista statunitense sull'Etna e un escursionista altoatesino sul Piz Starlex. Non si è trattato di episodi isolati in una stagione anomala: in Italia cadono in media circa 1,6 milioni di fulmini all'anno, con picchi concentrati tra luglio e agosto. Le aree più esposte comprendono il Friuli, la zona dei laghi lombardi, i rilievi prealpini e appenninici e — vale la pena sottolinearlo — la zona di Roma. Ma nessun angolo del territorio è davvero esente. La frequenza dei fulmini è inoltre in crescita, spinta dall'accumulo di energia nell'aria e dal riscaldamento globale: picchi significativi si sono registrati nel 2015 e poi di nuovo a partire dal 2022, con giornate in cui si superano le centomila scariche. Di fronte a questi numeri, il Dipartimento della Protezione Civile ha diffuso un vademecum pratico. Vale la pena leggerlo con attenzione, perché molti degli errori più comuni — ripararsi sotto un albero, restare in acqua, sdraiarsi a terra — possono rivelarsi fatali.
Il punto di partenza è capire quando il pericolo è reale. I fulmini possono colpire anche a diversi chilometri di distanza dal centro di un temporale, e anche senza precipitazioni visibili: se si vedono solo lampi, il fronte temporalesco può essere ancora lontano; se si sente il tuono, il temporale è già a pochi chilometri e si è nel raggio di rischio. La regola del 30/30 sintetizza bene questo principio: se tra il lampo e il tuono passano meno di trenta secondi, il temporale è entro i dieci chilometri e occorre cercare riparo immediatamente; dopo l'ultimo tuono, bisogna attendere almeno trenta minuti prima di tornare all'aperto. Prima di uscire, infine, verificare sempre le previsioni meteorologiche e restare vigili sui segnali precursori.
Dove mettersi al riparo — e dove no
La montagna è il contesto più pericoloso: creste e vette sono le prime superfici colpite, e in quota non ci sono strutture a fare da schermo. La Protezione Civile raccomanda di scendere di quota appena si avvicina un temporale, allontanarsi dalle vette e cercare conche o depressioni del terreno, che offrono una posizione più bassa e protetta. Lo stesso vale per qualsiasi spazio ampio e aperto — prati, spiagge, moli, pontili, piscine all'aperto — dove ci si trova esposti senza protezioni naturali né artificiali.
Un errore diffusissimo è rifugiarsi sotto un albero, soprattutto se isolato e alto: gli alberi sono bersagli privilegiati proprio per la loro forma e altezza. Altrettanto rischiosi sono gazebo, tettoie, verande, balconi e capannoni, che danno una falsa sensazione di protezione ma non isolano affatto dalla scarica. Le grandi strutture metalliche estese — recinzioni, ringhiere — vanno evitate perché conducono la corrente su lunghe distanze; i piccoli oggetti metallici personali, come orologi o chiavi, non rappresentano invece un pericolo aggiuntivo.
I luoghi sicuri sono sostanzialmente due: un edificio in muratura chiuso, purché ci si tenga lontani da porte, finestre e da tutto ciò che conduce elettricità; e l'automobile, con portiere e finestrini chiusi e antenna abbassata, che funziona come una gabbia di Faraday. In casa, è bene scollegare gli elettrodomestici e il televisore, non usare il telefono fisso (i cellulari e i cordless sono sicuri) e restare lontani da porte e finestre, anche se chiuse.
Chi si trova in campeggio ha opzioni comunque praticabili: una struttura in muratura del camping, i servizi igienici, o l'auto. Roulotte e camper offrono una certa protezione se la carrozzeria è in lamiera metallica, molto meno altrimenti. Se si è in tenda, non toccare le strutture metalliche né le pareti, e isolarsi dal suolo con materassini o zaini.
Il caso forse meno intuitivo riguarda chi è già all'aperto senza possibilità di raggiungere un riparo in tempo. In quel caso, la Protezione Civile indica una posizione specifica: accovacciarsi sulle punte dei piedi, ginocchia unite, mani sulle orecchie, cercando di isolarsi il più possibile dal suolo con lo zaino o la giacca. Non sdraiarsi mai: il contatto prolungato col terreno aumenta il rischio di essere colpiti da corrente che si propaga nel suolo. Se si è in gruppo, mantenere almeno dieci metri di distanza tra le persone, per evitare che una singola scarica si propaghi a più individui contemporaneamente.
L'unica vera protezione, però, resta la prevenzione: osservare il cielo, conoscere le regole e non aspettare che il temporale sia già sopra la testa per cominciare a cercare riparo.