La ricchezza in Italia continua a crescere, ma lo fa seguendo una traiettoria profondamente diseguale. Alla fine del 2025, la ricchezza netta media per nucleo familiare ha raggiunto i 453mila euro, in aumento rispetto ai 431mila euro dell’anno precedente. Eppure, dietro questo dato apparentemente positivo, si nasconde una frattura sempre più netta: il 10% più ricco delle famiglie controlla da solo il 60,6% della ricchezza netta totale, mentre alla metà meno abbiente resta solo il 7,2%. È un’Italia in cui il patrimonio cresce, ma si concentra.
Il quadro diventa ancora più chiaro osservando l’indice di Gini, il parametro che misura la distribuzione della ricchezza: nel giro di un anno è salito da 71,5 a 72,2, segnalando un peggioramento della disuguaglianza patrimoniale. Non si tratta soltanto di una fotografia statistica. È il segnale di un Paese in cui l’accesso alla ricchezza segue sempre più percorsi separati, quasi paralleli, a seconda della posizione sociale di partenza.
La distanza emerge anche dalla composizione dei patrimoni. Per le famiglie meno abbienti, oltre il 90% delle attività è legato a beni poco flessibili: la prima casa, che pesa per il 73,6%, e i depositi bancari, pari al 17,5%. È un patrimonio solido, ma poco dinamico. Dall’altra parte, i nuclei più ricchi dispongono di portafogli molto più diversificati, con una presenza significativa di strumenti finanziari complessi e di investimenti capaci di generare ulteriore rendimento. In altre parole, non tutti i patrimoni crescono allo stesso modo. Alcuni restano fermi. Altri si moltiplicano.
Proprio da qui nasce il ritorno del dibattito politico sulla fiscalità. Nel confronto europeo, l’Italia viene invitata a rendere il proprio sistema tributario più equo e più favorevole alla crescita, riducendo al tempo stesso l’evasione e valutando un riequilibrio del prelievo: meno peso sul lavoro, più attenzione ad altre basi imponibili, come patrimonio e successioni. È un’indicazione che riapre una discussione antica, ma oggi resa più urgente dalla distanza crescente tra chi accumula e chi resta indietro.
La politica italiana, però, si divide in modo netto. Nel centrodestra prevale il rifiuto di qualsiasi ipotesi di tassa patrimoniale, considerata una linea invalicabile. Anche nel mondo liberale e riformista non mancano i contrari: c’è chi sostiene che un simile intervento rischierebbe di spingere altrove i capitali, senza correggere davvero le distorsioni del sistema. Dall’altra parte, le forze progressiste leggono quei numeri come la prova che il fisco debba cambiare radicalmente per proteggere il welfare e contenere una concentrazione di ricchezza che, a loro giudizio, alimenta anche una crisi democratica.
Il punto, in fondo, è tutto qui: l’Italia non è un Paese povero di ricchezza, ma di diffusione della ricchezza. Il patrimonio cresce, sì, ma si addensa in alto, mentre il resto della società resta ancorato a forme di accumulo più fragili e meno produttive. Ed è proprio questa asimmetria, più ancora del valore assoluto dei patrimoni, a rendere il tema impossibile da ignorare.







