L’energia solare cresce, ma non sempre riesce a esprimere tutto il suo potenziale. Un nuovo studio mostra che l’inquinamento atmosferico prodotto dalle centrali a carbone sta oscurando una parte della luce solare e, con essa, la produzione degli impianti fotovoltaici. Il problema è particolarmente forte quando solare e carbone si sviluppano in parallelo, nello stesso territorio, creando una tensione silenziosa ma concreta tra due sistemi energetici che dovrebbero raccontare il futuro in modi opposti.
Per misurare questa perdita, i ricercatori hanno incrociato dati satellitari e informazioni sull’inquinamento atmosferico, ricostruendo il comportamento di oltre 140 mila impianti fotovoltaici nel mondo. Il quadro che ne emerge è netto: nel 2023 gli aerosol hanno ridotto la produzione globale di elettricità solare del 5,8%, pari a 111 TWh di energia mancata. Una quantità enorme, comparabile a quella prodotta da 18 centrali a carbone di medie dimensioni. Il dato più interessante, però, non è solo l’entità della perdita, ma il suo significato strategico: la crescita del solare non procede in un vuoto pulito, e l’inquinamento può erodere una parte importante dei guadagni ottenuti con nuove installazioni.
Il punto diventa ancora più chiaro se si osserva l’andamento degli ultimi anni. Tra il 2017 e il 2023, i nuovi impianti fotovoltaici hanno aggiunto in media 246,6 TWh di elettricità all’anno, mentre le perdite attribuite agli aerosol provenienti dagli impianti esistenti hanno raggiunto 74,0 TWh annui. In altre parole, quasi un terzo del contributo aggiuntivo delle rinnovabili viene assorbito dall’inquinamento del carbone. È qui che la transizione mostra il suo lato meno lineare: la capacità installata aumenta, ma l’efficacia reale di quella capacità diminuisce quando l’aria si carica di particelle che diffondono e assorbono la radiazione solare. Non basta installare più pannelli; conta anche l’ambiente in cui quei pannelli devono lavorare.
La Cina rappresenta il caso più evidente. È il maggiore produttore mondiale di energia solare, ma è anche il paese che ha registrato le perdite più alte dovute agli aerosol. Secondo lo studio, circa il 29% delle perdite di produzione fotovoltaica nel paese deriva direttamente dalle centrali a carbone, che emettono particelle fini capaci di ridurre la quantità di luce che raggiunge i moduli vicini. Il risultato è semplice e severo: meno luce, meno elettricità. E il problema non si ferma qui, perché l’inquinamento da carbone modifica anche la formazione delle nuvole, amplificando gli effetti sulla resa solare in modo ancora più difficile da quantificare.
È per questo che il quadro complessivo potrebbe essere persino più grave di quanto le misurazioni riescano a catturare. Se l’aria resta sporca, la promessa del solare rischia di essere sovrastimata proprio nel momento in cui il mondo ha più bisogno di credere nella sua scalabilità. La transizione energetica non dipende soltanto dalla diffusione delle rinnovabili, ma anche dalla capacità di ridurre le emissioni che ne limitano le prestazioni. In questa prospettiva, il carbone non ostacola il cambiamento solo perché continua a produrre energia fossile: lo fa anche perché, invisibilmente, sottrae efficienza alla tecnologia che dovrebbe superarlo.







