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Token diplomacy: il mondo si divide tra AI americana e AI cinese
Foto: Markus Winkler / Pexels
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Token diplomacy: il mondo si divide tra AI americana e AI cinese

Due alleanze globali si stanno formando attorno all'intelligenza artificiale. Chi usa i modelli di Washington, chi quelli di Pechino.

La Redazione ·14 agosto 2026 10:05 ·4 min di lettura

C'è una nuova parola d'ordine nei palazzi del potere e nei report degli analisti geopolitici: token diplomacy. O, nella versione tedesca già circolante nei circoli accademici, Tokenpolitik. L'idea è semplice nella forma e vertiginosa nelle implicazioni: la competizione tra Stati Uniti e Cina per il dominio sull'intelligenza artificiale non si misura più solo in chip prodotti o brevetti depositati, ma nel controllo di chi costruisce l'infrastruttura su cui il mondo elaborerà informazioni nei prossimi decenni. E quella infrastruttura, a livello elementare, è fatta di token.

Un token è l'unità minima attraverso cui un modello di intelligenza artificiale legge il mondo: un frammento di testo, un pezzo di audio, una porzione di immagine, tradotti in rappresentazioni matematiche che la macchina sa trattare. La capacità di produrli in modo rapido ed economico determina chi vince la gara. E oggi, quella gara non è più solo industriale: è geopolitica.

Due blocchi, due visioni

Nel giugno 2026, gli Stati Uniti hanno allargato il loro quadro "Pax Silica" — l'insieme di accordi che punta a blindare le catene di approvvigionamento per microchip e tecnologie AI avanzate — portando i paesi aderenti da 14 a 24. Un mese dopo, a Shanghai, 29 paesi hanno firmato la costituzione della World Artificial Intelligence Cooperation Organization (WAICO), iniziativa a guida cinese rivolta soprattutto al cosiddetto Sud del mondo. Tra i fondatori: Russia, Bielorussia, Cuba, Venezuela, Serbia, Brasile, Pakistan, Indonesia, Kazakistan, Laos, oltre a una decina di paesi africani e una dozzina asiatici. Nessun membro del G7, nessun paese dell'Unione Europea.

La geografia dei due blocchi racconta già molto. Da un lato, l'Occidente industrializzato che si stringe attorno ai modelli americani — OpenAI, Google, Anthropic — con una regolamentazione orientata al mercato e alle norme settoriali. Dall'altro, una costellazione di paesi che trovano nei modelli cinesi una via d'accesso all'AI meno costosa e meno dipendente dall'infrastruttura cloud statunitense: un argomento che in certi contesti si chiama sovranità digitale.

La convenienza economica è reale. I modelli open-source cinesi come DeepSeek o Qwen di Alibaba vengono adottati da aziende e governi del Sud-est asiatico, dell'America Latina e dell'Africa perché risultano paragonabili per prestazioni ai concorrenti americani, ma a una frazione del costo. A Singapore, la banca OCBC li usa per strumenti interni. In Indonesia, AIonOS ha collaborato con Indosat Ooredoo Hutchison su soluzioni basate su DeepSeek. In Malesia, è stato lanciato un ecosistema AI sovrano alimentato da GPU Huawei. ByteDance, il gruppo proprietario di TikTok, sta investendo 8,8 miliardi di dollari in data center regionali, con una presenza rilevante in Thailandia.

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Non è solo questione di prezzo. Sessantatré paesi hanno già adottato sistemi di sorveglianza AI e smart city di fabbricazione cinese, spesso presentati come strumenti per la sicurezza pubblica o l'ottimizzazione del traffico. Tra questi: Zimbabwe, Uganda, Pakistan, Filippine, Sri Lanka, e — in forme diverse — persino città come Londra, Los Angeles e New York, dove telecamere dei produttori cinesi Hikvision e Dahua sono in uso.

Chi guida, chi insegue, chi sceglie

Lo scenario è più complesso di una semplice divisione binaria. L'India — primo mercato mondiale per l'adozione di modelli come ChatGPT, Gemini e Perplexity — ha lanciato nel febbraio 2026 un proprio modello linguistico sovrano, cercando una terza via. Gli Emirati Arabi Uniti guidano la classifica globale nell'uso quotidiano dell'AI, con il 70% degli adulti in età lavorativa che la impiega regolarmente nel primo trimestre del 2026: eppure Riad e Abu Dhabi hanno firmato partnership con Washington nel 2025, pur avendo adottato tecnologie cinesi in altri ambiti. Il dato suggerisce che molti paesi non scelgono un campo, ma negoziano con entrambi.

Globalmente, il peso dell'AI nell'economia è ormai strutturale: l'88% delle organizzazioni la utilizza in almeno una funzione aziendale nel 2026, rispetto al 20% del 2017. E circa il 70% ha adottato l'AI generativa. In questo contesto, anche la diplomazia si adegua. Nel luglio 2026, i presidenti Trump e Xi Jinping hanno concordato di avviare un dialogo intergovernativo sull'AI, focalizzato sulla riduzione dei rischi e sulle migliori pratiche tecniche. Nel novembre 2024 i due paesi si erano già impegnati pubblicamente a escludere l'AI dai sistemi di comando e controllo nucleare.

La competizione, dunque, non esclude il contatto. Ma definisce le regole del gioco per decenni. Chi cablierà le regioni chiave del pianeta con la propria infrastruttura AI — chi fornirà i token su cui girano governi, banche, ospedali, scuole — avrà un tipo di influenza che non si misura con le portaerei. È questa la posta della token diplomacy.

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