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Quasi 700 nuovi modelli di tumore in 3D: la svolta che accelera la ricerca sui farmaci oncologici
Foto: Lidija Ostojić / Pexels
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Quasi 700 nuovi modelli di tumore in 3D: la svolta che accelera la ricerca sui farmaci oncologici

Un consorzio internazionale guidato da MIT e NCI ha creato organoidi tridimensionali da oltre 2.700 campioni di pazienti, per 25 tipi di cancro.

La Redazione ·9 agosto 2026 6:09 ·3 min di lettura

Quasi settecento nuovi modelli di tumore, costruiti in tre dimensioni a partire dal tessuto reale di pazienti oncologici, sono ora a disposizione dei ricercatori di tutto il mondo. È il risultato di un'iniziativa decennale che ha coinvolto alcune delle più importanti istituzioni scientifiche del pianeta e che promette di cambiare il modo in cui vengono sviluppati e testati i farmaci contro il cancro. I risultati sono stati pubblicati il 5 agosto 2026 sulla rivista Nature.

Il progetto si chiama Human Cancer Models Initiative — HCMI — ed è stato lanciato nel 2016 con il sostegno finanziario del National Cancer Institute statunitense e del Wellcome Trust britannico. A guidarlo un consorzio che riunisce il Koch Institute del MIT, il Broad Institute, il Dana-Farber Cancer Institute e il National Cancer Institute, con la partecipazione di numerose altre istituzioni partner. In dieci anni di lavoro, i ricercatori hanno derivato 697 nuovi modelli cellulari da oltre 2.700 campioni di tumore prelevati da pazienti reali, coprendo 25 diversi tipi di cancro: dai più diffusi — polmone, fegato, pancreas — fino a circa 150 varianti rare, come i tumori della cistifellea e dell'intestino tenue. La collezione comprende sia tumori adulti che pediatrici.

Il cuore della novità sta nella tecnologia adottata. La grande maggioranza dei nuovi modelli sono organoidi, ovvero colture cellulari tridimensionali capaci di sopravvivere indefinitamente in laboratorio e di replicare le caratteristiche genetiche e molecolari del tumore da cui provengono. In termini semplici: piccole strutture biologiche che si comportano come il tessuto originale, e non come una sua fotografia bidimensionale impoverita. Accanto agli organoidi, la collezione include sferoidi 3D e linee cellulari 2D tradizionali.

Il confronto con i metodi precedenti è diretto. Molti dei modelli oggi in uso nei laboratori oncologici risalgono agli anni Cinquanta: colture piatte, bidimensionali, create in un'epoca in cui la biologia molecolare era ancora agli albori. Decenni di utilizzo ne hanno dimostrato i limiti: non rispecchiano la diversità genomica, etnica e clinica dei tumori reali, e questo si traduce in farmaci che funzionano in laboratorio ma falliscono nelle sperimentazioni cliniche. Gli organoidi tridimensionali replicano meglio l'architettura degli organi, mantengono le proprietà biologiche del tessuto originale e offrono un modello più fedele su cui testare nuovi trattamenti.

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Ogni modello depositato è corredato da dati clinici estesi: mutazioni germinali del paziente, storia dei trattamenti ricevuti, sequenziamento genomico completo. Questo patrimonio informativo è stato anche integrato nella Cancer Dependency Map, il progetto che mappa le "vulnerabilità vitali" dei tumori — cioè i punti deboli su cui puntare con farmaci mirati — aggiungendo per la prima volta organoidi e sferoidi tridimensionali derivati direttamente dai pazienti. I modelli sono stati depositati presso l'American Type Culture Collection (ATCC) e sono accessibili ai ricercatori di tutto il mondo.

Lo stesso studio, tuttavia, non nasconde i limiti dell'approccio. Gli autori avvertono che i modelli tridimensionali non sono automaticamente superiori in ogni situazione: alcuni organoidi mammari, per esempio, hanno mostrato una perdita di espressione di bersagli farmacologici cruciali, il che potrebbe renderne fuorviante l'uso in certi contesti sperimentali. Anche la riproducibilità della tecnica — cioè la capacità di formare sferoidi direttamente da tessuti di pazienti con risultati costanti — può presentare limitazioni. E la contaminazione con cellule epiteliali normali resta uno dei problemi principali nella stabilizzazione degli organoidi tumorali.

Sono sfide tecniche aperte, che la comunità scientifica dovrà affrontare nei prossimi anni. Ma la direzione tracciata dall'HCMI è chiara: avvicinare il laboratorio alla realtà clinica, mettere a disposizione strumenti più precisi per identificare nuovi bersagli farmacologici e sostenere lo sviluppo della medicina personalizzata — quella che non tratta il cancro come un'unica malattia, ma come un insieme di patologie diverse che richiedono risposte diverse. Per i pazienti, l'effetto non sarà immediato: la strada dalla ricerca di base alle terapie approvate è ancora lunga. Ma disporre di modelli più realistici su cui sperimentare aumenta le probabilità che i farmaci sviluppati arrivino davvero a funzionare quando contano.

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