Taddeucci e la Senna: "Non volevo tornare, una collega ha vomitato nove volte"
La nuotatrice azzurra, bronzo olimpico a Parigi 2024, torna nel fiume delle polemiche per gli Europei. E racconta cosa è successo davvero.
Ginevra Taddeucci dice chiaramente che non voleva tornarci. Eppure dal 4 all'8 agosto 2026, la nuotatrice azzurra è di nuovo nella Senna, stavolta per i Campionati Europei di nuoto in acque libere. Un anno fa aveva conquistato la medaglia di bronzo nella 10 km olimpica in quelle stesse acque, e se l'era cavata. Ma «essere fortunata», come ammette lei stessa, non è una garanzia che si può dare per scontata due volte.
Le parole di Taddeucci fotografano un clima che va ben oltre le solite tensioni pre-gara. Una sua collega ha vomitato nove volte. Altre atlete sono finite in ospedale. Lei e Giulia Gabrielleschi erano uscite dall'acqua con graffi sulle braccia, impigliate in rovi e pruni vicino agli argini mentre cercavano riparo dalla corrente impetuosa. Prima e dopo la gara, entrambe avevano assunto medicinali preventivi, una sorta di protezione farmacologica in assenza di certezze ambientali. «L'obiettivo era sopravvivere», racconta Taddeucci. «Ma non si può sperare di stare bene: servono certezze.»
La storia della Senna e del nuoto è una storia di scommesse costose e risultati incerti. Il fiume parigino era vietato alla balneazione dal 1923 — oltre un secolo di divieto sanitario — quando le autorità francesi decisero di investire circa 1,4 miliardi di euro per risanarlo in vista delle Olimpiadi. Un'operazione colossale, che ha portato il 5 luglio 2025 alla riapertura storica di tre siti balneabili pubblici, con la sindaca Anne Hidalgo che si è tuffata in prima persona. Ma le buone intenzioni e i grandi investimenti non hanno eliminato il problema strutturale: la qualità dell'acqua della Senna fluttua, e dopo forti piogge i livelli di Escherichia coli e enterococchi possono impennarsi per il trabocco delle acque reflue.
Era già successo nell'estate del 2024. World Aquatics aveva annullato un test event meno di dodici mesi prima delle Olimpiadi perché l'acqua era «al di sotto degli standard accettabili». Diversi allenamenti erano stati sospesi anche nei giorni precedenti le gare. Gli organizzatori avevano poi dichiarato che i valori rientravano nei limiti durante le competizioni, ma il bilancio sanitario post-gara aveva raccontato un'altra storia: la triatleta belga Claire Michel era stata ricoverata con gastroenterite, due triatleti svizzeri avevano accusato sintomi analoghi, un norvegese aveva lamentato dolori addominali e vomito. Gregorio Paltrinieri aveva stimato che almeno dieci dei trenta partecipanti alla 10 km erano finiti in ospedale, aggiungendo di essersi sentito «completamente perso» nella corrente. Esperti come il professor Gianni Rezza avevano avvertito che la presenza di E. coli segnala la probabile compresenza di altri patogeni, inclusi salmonella e virus. Matteo Bassetti, direttore delle Malattie Infettive all'ospedale San Martino di Genova, aveva parlato di «un passo indietro di cento anni».
Ora si ricomincia, su un tratto diverso rispetto a quello olimpico — stavolta davanti all'Île aux Cygnes — ma con le stesse incognite di fondo. Paltrinieri ha detto senza mezzi termini che gli atleti «hanno davvero tutti paura» e che la Federazione Europea ha ignorato le richieste di spostare le gare. Il timore più concreto, al di là dei giorni di malessere, è che una malattia contratta in acqua possa compromettere le successive gare in piscina, con un calendario internazionale che non aspetta nessuno. European Aquatics ha annunciato protocolli sanitari rafforzati, piani di emergenza e la possibilità per gli atleti di richiedere analisi indipendenti della qualità dell'acqua, misure che nella forma sembrano robuste ma che, nella sostanza, non eliminano il rischio: lo gestiscono.
Taddeucci conosce quel rischio meglio di chiunque altro. Lo ha vissuto sulla pelle — letteralmente, con quei graffi sulle braccia — e ora descrive la Senna come «un imbuto che ti risucchia». Tornare, per lei, non era un desiderio: era una scelta obbligata dalla maglia azzurra. La differenza tra le due cose, in questo caso, è tutto.