La nuova assistenza territoriale italiana sta iniziando a delinearsi, come un mosaico che si compone pezzo dopo pezzo. Eppure, l’ambizioso obiettivo di completare entro il 30 giugno l’intero puzzle delle Case di comunità, degli Ospedali di comunità e delle Centrali operative territoriali appare oggi quanto mai lontano. Ritardi significativi emergono dal monitoraggio sull’attuazione del decreto, con un focus particolare sulle Case e sugli Ospedali di comunità, dove i progressi arrancano.
Immaginate: su 1.715 Case di comunità previste a regime entro il 2026 – di cui solo 1.038 nel target minimo del PNRR – appena 66 sono pienamente operative al 31 dicembre 2025. Queste poche garantiscono tutti i servizi previsti, con personale medico e infermieristico al completo: 24 ore su 24 per 7 giorni alla settimana nelle hub, 12 ore per 6 giorni nelle spoke. Altre 781 ne hanno almeno uno attivo; 265 sono a metà strada, con cinque servizi già funzionanti. Squilibri territoriali colpiscono duro: delle 66 operative, 22 sono in Lombardia, 15 in Emilia-Romagna, 6 nel Lazio. Piemonte ne conta 5, Liguria 4, Veneto 3; poi 2 ciascuna in Molise, Sicilia, Toscana e Umbria; una manciata in Abruzzo, Marche e Valle d’Aosta. Il Nord domina, il Sud arranca.
Nonostante le lentezze, un profilo concreto delle Case di comunità inizia a emergere. In 609 strutture pulsano già i servizi di cure primarie; 667 ospitano ambulatori specialistici; 714 erogano assistenza infermieristica; 715 collegano al CUP per le prenotazioni; 697 integrano con i servizi sociali. E ancora: diagnostica di base in 573, guardia medica in 498, punti prelievi in 651, consultori per minori in 485, vaccinazioni in 522, screening in 606, salute mentale in 334, dipendenze in 164, neuropsichiatria infantile in 306. Un reticolo di cure vicine al cittadino, quasi tangibile.
Ma il vero tallone d’Achille resta il personale. Solo 204 Case hanno medici come previsto, 216 infermieri completi. Paradosso crudele: 219 strutture con tutti i servizi obbligatori attivi, ma prive di organico adeguato. Qui interviene il sindacato dei medici di famiglia, che insiste: le Case non diventeranno scatole vuote se si applicherà pienamente l’Accordo collettivo nazionale. In quel caso, per ogni turno, quasi tre medici di famiglia sarebbero disponibili, sostiene il segretario nazionale.
I ritardi contagiano anche gli Ospedali di comunità: su 594 previsti, solo 163 attivi, con disparità territoriali drammatiche. Il divario Nord-Sud non si colma, anzi si aggrava, trasformando la riforma in un’arma a doppio taglio contro le disuguaglianze. Critiche feroci piovono da più parti: inerzia totale, si dice, mentre da alcune regioni si difende lo stato di avanzamento, assicurando rispetto delle scadenze. La strada è in salita, ma il disegno di una sanità territoriale più capillare, radicata nei territori, continua a intravedersi all’orizzonte.







