Iran sotto un diluvio di fuoco. Da ieri sera, le basi missilistiche, militari e di sicurezza sparse nelle province iraniane e nel Kurdistan orientale subiscono attacchi incessanti. Esplosioni assordanti echeggiano nelle strade di Teheran, Karaj, Isfahan, Qom e Shiraz, mentre raffiche di colpi colpiscono installazioni nel Kurdistan. Si parla persino di un raid sulla centrale nucleare di Natanz, vicino a Isfahan, anche se le autorità tacciono, né confermando né negando.
Il comandante delle Guardie della Rivoluzione, Abdul Hamid Rahbar, e quattro soldati hanno perso la vita in un attacco a Isfahan. L’esercito israeliano annuncia un’ondata massiccia contro lanciamissili, sistemi di difesa aerea e infrastrutture iraniane. Nel frattempo, Internet e le linee telefoniche vacillano, isolando l’Iran dal mondo e rendendo ogni notizia un filo precario.
Il bilancio è devastante: almeno 1.097 civili uccisi dall’inizio dell’offensiva il 28 febbraio, tra cui 181 bambini sotto i dieci anni. I feriti superano i 5.400, con un centinaio di piccoli tra loro. Il Comando Centrale statunitense riferisce di 17 navi iraniane affondate e 2.000 obiettivi centrati. “Nessuna nave iraniana solca più il Golfo Persico, lo Stretto di Hormuz o il Mar dell’Oman”, tuonano in un video.
Oltre 50.000 soldati, 200 aerei e due portaerei sono impegnati, con rinforzi in arrivo. L’Iran ha risposto con più di 500 missili balistici e 2.000 droni, ma i suoi sistemi aerei sono indeboliti, centinaia di armi distrutte da colpi americani e israeliani. Le Guardie Rivoluzionarie proclamano prontezza totale: forze terrestri in tre operazioni simultanee, 230 droni su Erbil, basi curde e installazioni in Kuwait.
La tattica è astuta, a fasi. Prima, missili a combustibile liquido che si frantumano in miriadi di schegge, sovraccaricando le difese nemiche. Poi, quando i sistemi sono esausti, entrano i missili a combustibile solido, elusivi e letali. Esplosioni simultanee in Israele ne sono eco.
Nel caos, voci di un Consiglio degli Esperti in sessione d’emergenza per nominare un nuovo leader. Si parla di riunioni online, smentite nomine di Hassan Rouhani o Mojtaba Khamenei. L’incertezza aleggia, mentre il fumo si alza su un paese ferito, intrappolato in un vortice di ritorsioni senza fine.







