Barham Salih, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha calcato le macerie fumanti del Libano, un paese piegato da un’escalation di violenza che non risparmia nessuno. Al termine della sua prima visita ufficiale in veste di capo dell’UNHCR, ha lanciato un grido disperato: è ora di porre fine a questo ciclo inesorabile di conflitti. «La resilienza ha i suoi limiti», ha dichiarato con voce ferma, ricordando come il Libano sia sempre stato un baluardo di tolleranza e ospitalità. Non merita questi ritorni periodici di guerra, che spezzano vite e speranze.
Nelle zone devastate di Beirut e della valle della Bekaa, Salih ha incontrato famiglie sfollate, stipate nei centri di accoglienza governativi. Molti hanno abbandonato le case con un preavviso lampo, privi di effetti personali, terrorizzati da ordini di evacuazione ripetuti. Tra le lacrime, gli hanno confessato il desiderio bruciante di tornare, anche se le loro città e villaggi giacciono in rovina. Quelle conversazioni, cariche di paura e incertezza, hanno segnato il cuore del suo viaggio.
La solidarietà dell’UNHCR è incrollabile. Salih ha riaffermato il sostegno costante dell’agenzia alla risposta umanitaria libanese, sottolineando l’urgenza di un aiuto internazionale duraturo. In un contesto di ostilità prolungata e sfollamenti di massa, il Libano ha bisogno di alleati fidati. «È tempo di pace, è tempo di stabilità», ha esortato, impegnandosi a supportare il governo nel suo compito di proteggere il popolo. L’agenzia ha già assistito oltre 196.000 sfollati con beni essenziali, alloggi di emergenza dignitosi e sostegno psicosociale. Offre assistenza in denaro, consulenza per recuperare documenti smarriti e aiuto per ricongiungersi alle famiglie, aprendo porte a servizi vitali.
La crisi è catastrofica. Un quinto della popolazione libanese è ora sfollata, con bisogni che crescono ogni giorno. Più di 140.000 persone affollano 684 centri collettivi, quasi tutti al limite della capienza. Tra loro, rifugiati siriani che avevano cercato rifugio in Libano e ora fuggono di nuovo per salvarsi. Dal primo marzo, oltre un milione di persone ha lasciato le proprie case; più di 2.100 sono morte, 7.000 ferite, inclusi 48 rifugiati uccisi e 116 sopravvissuti a trauma. Circa 280.000 hanno varcato il confine siriano, in cerca di scampo.
Salih non si è limitato alle strade distrutte: ha incontrato i vertici libanesi, dal presidente Joseph Aoun al primo ministro Nawaf Salam, passando per il presidente del Parlamento Nabih Berri e altri ministri chiave. Quei dialoghi rafforzano un fronte unito contro la catastrofe. Il suo messaggio è limpido: solo la diplomazia autentica può spezzare le catene della violenza, riportando stabilità a un popolo esausto ma resiliente.







