Incendi 2026, l'Europa brucia più che mai: 42 milioni di tonnellate di carbonio in una settimana
Il monitoraggio Copernicus fotografa una stagione degli incendi record in Europa. In Italia +81% di superficie bruciata rispetto alla media storica.
Non bisogna vivere vicino a un rogo per subirne le conseguenze. Il fumo degli incendi viaggia per centinaia, a volte migliaia di chilometri, e degrada la qualità dell'aria ben oltre i confini dei focolai. È questo il messaggio che emerge dai dati più recenti del Fire Emissions Watch, la nuova applicazione del Servizio di monitoraggio atmosferico di Copernicus (CAMS) che offre accesso quasi in tempo reale alle emissioni globali prodotte dagli incendi. Tra il 25 e il 31 luglio 2026, quegli incendi hanno rilasciato nell'atmosfera circa 42,3 milioni di tonnellate di carbonio in una sola settimana.
Il dato, pur impressionante nella sua scala, va contestualizzato: segna in realtà un calo del 29% rispetto alla media registrata per la stessa settimana nel periodo 2003-2025. Anche il primo semestre del 2026 è stato, a livello globale, il meno gravoso degli ultimi ventiquattro anni di rilevazioni, con emissioni da combustione di biomasse poco sotto le 400 megatonnellate. A pesare positivamente è stata soprattutto l'Africa tropicale, dove la stagione degli incendi è rimasta al di sotto della norma. Tuttavia, a partire dalla fine di giugno, il quadro è cambiato rapidamente: Nord America ed Eurasia hanno registrato un'accelerazione brusca tanto nell'attività degli incendi quanto nelle emissioni associate.
In Europa il 2026 si sta rivelando un anno da record negativo. Al 29 luglio risultavano bruciati nell'Unione Europea 434.976 ettari, un dato superiore ai 346.836 ettari registrati nello stesso periodo del 2025 — già considerato l'anno peggiore — e più del doppio della media ventennale di 172.186 ettari. Il sistema europeo EFFIS ha contato 1.407 incendi dall'inizio dell'anno, contro una media storica di 632. Le emissioni stimate per l'UE si attestavano a 17,98 milioni di tonnellate di anidride carbonica. La Francia ha vissuto il suo peggior luglio di sempre per emissioni da incendi: circa 0,89 megatonnellate di carbonio, contro il precedente record di 0,64 del 2022. In Spagna, le autorità hanno chiesto ad almeno centomila persone di restare al chiuso per proteggersi dal fumo, mentre nell'area di Bordeaux i livelli di PM2.5 hanno toccato concentrazioni fino a venti volte superiori alla soglia di qualità dell'aria considerata accettabile in Europa.
L'Italia non fa eccezione. Dal 1° gennaio al 25 luglio 2026 sono andati in fumo oltre 40.000 ettari, con un aumento dell'81% rispetto alla media dello stesso periodo tra il 2006 e il 2025. Un segnale che si inserisce in una tendenza strutturale: secondo gli esperti, il cambiamento climatico sta allungando la stagione degli incendi di circa due settimane all'anno e le temperature notturne più alte permettono al fuoco di rimanere attivo anche di notte, riducendo la finestra di intervento per i vigili del fuoco.
A preoccupare non sono solo i numeri sulle superfici bruciate, ma ciò che il fumo porta con sé. Si tratta di una miscela complessa di gas e particelle finissime: particolato PM2.5, monossido di carbonio, ozono, biossido di azoto e composti policiclici aromatici. Le particelle più piccole riescono a penetrare in profondità nei polmoni e a entrare nel circolo sanguigno, causando tosse, irritazione agli occhi e alla gola, mal di testa e difficoltà respiratorie. Per chi soffre di asma, malattie polmonari croniche o patologie cardiache, l'esposizione può tradursi in ricoveri ospedalieri. I gruppi più vulnerabili — neonati, bambini piccoli, anziani, donne in gravidanza e lavoratori all'aperto — meritano attenzione particolare.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità Europa ha lanciato un avvertimento diretto: «Se si sente odore di fumo, significa che è presente nell'aria e ci si deve proteggere riducendo l'esposizione». Un invito che vale anche per chi si trova lontano dai fronti del fuoco, perché il fumo non conosce confini regionali né nazionali. Sullo sfondo restano le cause strutturali: gli incendi di sesta generazione — la categoria più estrema e difficile da contenere, con propagazione a velocità straordinaria — sono diventati più frequenti e più estesi, con l'incremento maggiore nelle foreste di conifere del Nord America occidentale e in quelle boreali di Russia e Canada. E l'85% degli incendi negli Stati Uniti, ricordano i dati, ha ancora origine da negligenza o dolo umano: una variabile su cui, a differenza del clima, si può ancora intervenire.