Caldo e epilessia, un rischio sottovalutato: cosa succede al cervello quando sale la temperatura
I neurologi di Catanzaro hanno rilevato carenza di sodio nei pazienti epilettici durante le ondate di calore. La LICE lancia l'allarme.
Non è solo una questione di disagio fisico. Per le circa cinquecentomila persone con epilessia che vivono in Italia, le ondate di calore estivo possono trasformarsi in un rischio concreto per la salute neurologica. A dirlo sono i neurologi dell'Università Magna Graecia di Catanzaro, che hanno rilevato nei pazienti epilettici in terapia farmacologica un fenomeno specifico e potenzialmente pericoloso: l'iponatriemia, ovvero un abbassamento significativo dei livelli di sodio nel sangue, che tende a presentarsi con maggiore frequenza proprio nei mesi più caldi.
Il Professor Emilio Russo, Professore Ordinario di Farmacologia e responsabile del CRUISE research center dell'ateneo calabrese, ha messo in luce come alcuni dei farmaci comunemente usati per trattare l'epilessia possano interagire con le alte temperature in modo da alterare l'equilibrio dei sali minerali nell'organismo. Il caldo intenso provoca sudorazione, disidratazione e squilibri elettrolitici: in soggetti già in terapia con determinati antiepilettici, questi meccanismi rischiano di amplificarsi, con conseguenze sul controllo delle crisi. Non si tratta di un fenomeno raro o teorico: i dati clinici osservati suggeriscono che la correlazione tra temperatura ambientale e iponatriemia nei pazienti epilettici sia reale e non trascurabile.
A fare eco alle preoccupazioni dei ricercatori catanzaresi è la Lega Italiana Contro l'Epilessia (LICE), che attraverso il suo Gruppo di Studio dedicato al Climate Change ha lanciato un allarme più ampio sugli effetti del cambiamento climatico su questa categoria di pazienti. Il caldo estremo non agisce soltanto sulla chimica del sangue: altera la termoregolazione corporea, modifica il modo in cui l'organismo assorbe e metabolizza i farmaci e, in certi casi documentati da report internazionali, può persino compromettere l'integrità fisica delle compresse, degradandole fisicamente se conservate a temperature troppo elevate.
C'è poi un fattore che passa spesso inosservato: le notti tropicali. Le temperature notturne elevate disturbano il sonno, e la deprivazione di sonno è uno dei principali fattori scatenanti delle crisi epilettiche in molte forme della malattia. Un'estate di notti insonni, insomma, può tradursi in un peggioramento clinico diretto. A questo si aggiungono gli effetti psicologici del caldo prolungato — stress, ansia, isolamento — che incidono anch'essi sulla soglia di suscettibilità alle crisi.
A suggerire l'esistenza di una finestra termica ottimale è uno studio pilota italiano che ha analizzato la relazione tra temperatura ambientale e anomalie rilevate all'elettroencefalogramma nelle epilessie generalizzate. I dati mostrano un andamento a forma di U: intorno ai 24,8°C le anomalie erano minime, mentre sia temperature più basse sia temperature più alte aumentavano la suscettibilità neurologica. Un risultato ancora preliminare, che tuttavia apre una prospettiva di ricerca concreta.
Sul piano internazionale, la Lega Internazionale contro l'Epilessia (ILAE) ha già istituito una Commissione specifica sul Cambiamento Climatico e prodotto un cortometraggio — intitolato The Brain and Climate Change — per portare questi temi all'attenzione pubblica. Anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel Piano d'Azione Globale per l'epilessia e altri disturbi neurologici relativo al decennio 2022-2031, ha incluso esplicitamente la crescente consapevolezza del ruolo dell'ambiente nelle malattie neurologiche.
I ricercatori sono tuttavia cauti nel trarre conclusioni definitive: la ricerca in questo ambito è ancora in fase emergente, e gli studi disponibili sono numericamente limitati. Servono più dati, infrastrutture adeguate e strategie di prevenzione strutturate per proteggere concretamente i pazienti. Nel frattempo, i clinici raccomandano ai pazienti epilettici e ai loro familiari di prestare particolare attenzione all'idratazione nei mesi estivi, alla corretta conservazione dei farmaci lontano da fonti di calore e di segnalare al proprio neurologo qualsiasi variazione nel controllo delle crisi durante le ondate di caldo. Piccole accortezze che, in attesa di risposte scientifiche più solide, possono fare una differenza reale.