Monterey Park ha scelto la via più netta e, al tempo stesso, più politica: il voto popolare. Con un referendum approvato da una maggioranza schiacciante, la città californiana ha imposto un divieto permanente alla costruzione di nuovi data center entro i propri confini, diventando il primo centro abitato negli Stati Uniti a usare direttamente lo strumento elettorale per fermare queste infrastrutture digitali. Non si tratta solo di un no a un progetto specifico. È un messaggio più ampio, più duro, destinato a pesare anche oltre i limiti comunali.
Il detonatore è arrivato con la proposta di HMC StratCap, che voleva realizzare un impianto di circa 23.000 metri quadrati e da 50 megawatt vicino a una zona residenziale e a un parco pubblico. Da quel momento, la discussione ha smesso di essere tecnica e si è trasformata in una mobilitazione civica. Sotto lo slogan “No Data Center in Monterey Park”, i residenti hanno contestato soprattutto il prezzo nascosto di queste strutture: il consumo energetico elevatissimo, la pressione sulla rete elettrica, il rischio di bollette più care e l’impatto su acqua, aria e vivibilità urbana. I data center lavorano senza sosta e richiedono raffreddamento continuo; proprio per questo, agli occhi di molti abitanti, il progetto appariva come un’infrastruttura ingombrante, poco compatibile con il tessuto della città.
Le preoccupazioni non si sono fermate all’elettricità. C’era anche il rumore dei generatori diesel di emergenza, il funzionamento costante dei sistemi di condizionamento, il consumo di acqua potabile per il raffreddamento dei server e il timore che un impianto del genere contribuisse a creare nuove isole di calore urbane. La pressione della comunità è stata tale da produrre prima una moratoria del consiglio comunale e poi il ritiro della richiesta da parte dell’azienda. Ma gli organizzatori locali non si sono accontentati di una vittoria provvisoria. Hanno voluto blindare il risultato con una regola ancora più forte, stabilendo che soltanto un futuro voto dei cittadini potrà un giorno cancellare il blocco.
Il quesito referendario era formulato in modo esplicito: vietare i data center in tutta la città per proteggere qualità dell’aria, risorse idriche e salute pubblica, evitando anche possibili ricadute sulle tariffe di elettricità e acqua. Dietro questa scelta c’è una tensione ormai evidente in molte parti degli Stati Uniti. Da una parte, le big tech accelerano la costruzione di data center per sostenere la crescita dei modelli di IA e del cloud computing; dall’altra, le comunità locali iniziano a misurare in modo molto concreto il costo ambientale di questa corsa. Gli investimenti sono enormi, i posti di lavoro permanenti molto meno numerosi di quanto spesso si prometta, e il risultato è una reazione che assume sempre più i contorni del classico not in my backyard: non qui, non accanto alle nostre case.
A Monterey Park, questa frattura è diventata politica. Il consigliere comunale Jose Sanchez ha letto il risultato come una prova inequivocabile del fatto che i residenti non vogliono data center nella loro comunità, invitando altre città a seguire l’esempio. Ma la città non è unanime. Accanto ai contrari ci sono anche sostenitori degli investimenti, tra cui sindacati dell’edilizia e alcuni think tank economici, che vedono in queste infrastrutture una fonte di entrate fiscali e capitali difficili da ignorare. La disputa, insomma, non riguarda soltanto un edificio o un terreno. Tocca un nervo più profondo: quanto spazio concedere all’industria digitale quando il suo sviluppo ricade direttamente su territorio, servizi e qualità della vita.
E Monterey Park, ora, non è più soltanto un caso locale. È diventata un precedente. In Wisconsin, a Port Washington, i cittadini hanno già imposto alle autorità di passare dal voto prima di offrire incentivi fiscali agli sviluppatori di data center. In Michigan, ad Augusta, un altro referendum dovrà decidere la riclassificazione urbanistica di un terreno destinato a ospitare un impianto simile. Il segnale è chiaro: la corsa all’IA non trova ovunque il terreno libero che le aziende immaginano. Sempre più spesso, a fermarla è una comunità che ha deciso di contare davvero.







