L’anticorpo amivantamab sta emergendo come una delle opzioni più interessanti nel trattamento dei tumori di testa e collo difficili da controllare. Somministrato per via sottocutanea, ha mostrato un’attività antitumorale rilevante in pazienti con malattia metastatica o resistente, con casi di risposta completa e un beneficio che, nel follow-up di circa un anno, si è mantenuto nel tempo. Il quadro che emerge è quello di una terapia capace non solo di agire, ma di farlo in modo profondo e duraturo.
I dati arrivano dallo studio Origami 4, che ha coinvolto 102 pazienti già trattati in precedenza con chemioterapia e farmaci inibitori dei checkpoint. In questo contesto clinico, spesso segnato da opzioni terapeutiche limitate, l’amivantamab è stato somministrato ogni tre settimane. La sua forza risiede nella natura di anticorpo bispecifico: colpisce infatti due bersagli molecolari chiave, EGFR e MET, entrambi coinvolti nei meccanismi che alimentano la crescita incontrollata del tumore.
Questa doppia azione spiega perché il farmaco venga osservato con attenzione anche oltre l’ambito dei tumori di testa e collo. Amivantamab ha già mostrato risultati nel tumore del polmone non a piccole cellule con mutazione di EGFR, ottenendo diverse approvazioni regolatorie, e ha dimostrato attività antitumorale anche nel carcinoma colorettale metastatico, dove sono ancora in corso studi di Fase 3. Il suo profilo, quindi, non riguarda un solo tumore, ma si inserisce in una strategia più ampia contro alcune delle forme oncologiche più complesse da trattare.
Per i pazienti con malattia avanzata o già passati attraverso più linee di cura, il dato più importante è proprio questo: una terapia somministrata con modalità meno invasiva, capace di produrre risposte significative e di mantenerle nel tempo, apre uno spazio concreto di speranza clinica. E lo fa in un’area in cui ogni guadagno, anche piccolo, può avere un peso decisivo.







