L’ombra degli Houthi si allunga di nuovo sul Mar Rosso, come una minaccia incombente che spezza la fragile calma seguita all’ultima azione significativa di settembre 2025. Questi ribelli yemeniti, noti come Ansar Allah e radicati in un’antica tradizione tribale sciita degli anni ’90, formano il cuore dell’Asse della Resistenza accanto a Hamas e Hezbollah. Sostenuti da Teheran con armi e fondi, hanno eletto Israele come nemico supremo, intensificando le ostilità dopo gli eventi del 7 ottobre. Droni e missili piovono sul porto di Eilat; navi vengono dirottate in audaci atti di pirateria, come il celebre caso della Galaxy Leader. È un ritorno alle armi che gela il sangue nelle vene degli operatori marittimi.
La tensione esplode il 28 marzo 2026. La missione europea Aspides, baluardo difensivo contro queste incursioni, emette un allarme formale all’industria dello shipping. Nuovi lanci missilistici colpiscono Israele e imbarcazioni mercantili, costringendo i comandanti a navigare con estrema cautela nello stretto di Bab-el-Mandeb e nella parte orientale del Golfo di Aden. Nonostante gli sforzi internazionali, le capacità militari degli Houthi rimangono intatte e sostanziali. Non si tratta di un declino, ma di una persistenza letale che sfida ogni contenimento.
Questa strategia, orchestrata secondo i modelli dei Pasdaran iraniani, punta dritta al cuore dell’economia mondiale: il Triangolo di Al-Aqsa, quel triangolo fatale formato dagli stretti di Hormuz, Suez e Bab-el-Mandeb. Qui transita il 6% del petrolio mondiale via mare, e ben il 20% del traffico globale di container. Bloccare questi snodi non è solo un gesto regionale: è la paralisi sistemica di catene logistiche globali. Immaginate un collasso energetico, con tanker fermi e merci arenate; un domino che trasforma tensioni mediorientali in crisi planetaria. Il Mar Rosso, crocevia di ricchezze, diventa ora un campo di battaglia dove il destino del commercio pende da un filo.







