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AI in azienda: manager italiani frenano, ma i lavoratori sono pronti al salto?
Foto: Safa Bakırcı / Pexels
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AI in azienda: manager italiani frenano, ma i lavoratori sono pronti al salto?

Un'indagine rivela un paradosso italiano sull'AI: i manager sono cauti, ma i lavoratori si mostrano aperti al cambiamento. Il mercato cresce, ma persistono ritardi e sfide.

La Redazione ·9 settembre 2026 8:15 ·5 min di lettura

L'Italia si trova di fronte a un paradosso nel panorama dell'Intelligenza Artificiale (AI) in ambito aziendale: mentre il mercato cresce a ritmi sostenuti e la maggior parte dei lavoratori si dichiara pronta ad abbracciare il cambiamento, la leadership manageriale appare ancora in forte ritardo. Un quadro che solleva interrogativi sulle capacità del Paese di cogliere appieno le opportunità offerte da questa rivoluzione tecnologica, con potenziali ricadute sulla competitività e sull'occupazione.

Secondo un'indagine globale di The Adecco Group, intitolata "The human premium: Leadership beyond the algorithm" e condotta su 2.000 dirigenti C-suite in 13 Paesi, solo il 12% dei manager italiani si dichiara pronto ad adattarsi all'impatto dell'AI. Un dato che colloca l'Italia all'ultimo posto tra le nazioni esaminate per fiducia nelle proprie competenze in questo ambito. La ricerca, pubblicata a maggio 2026 e che ha coinvolto dirigenti che supervisionano oltre 8,6 milioni di lavoratori, evidenzia un divario significativo rispetto alla percezione dei dipendenti: ben il 79% dei lavoratori italiani si dichiara disposto ad adattarsi all'impatto dell'AI, una percentuale che supera la media globale del 70% di lavoratori pronti a collaborare con l'AI.

Questo scollamento tra vertici e base aziendale non è un fenomeno del tutto isolato. A livello globale, solo il 31% dei dirigenti intervistati da Adecco ritiene che i propri team di leadership abbiano conoscenze sufficienti sull'AI per comprenderne rischi e opportunità. E se il 70% dei lavoratori globali si sente pronto, solo il 39% dei leader crede che la propria forza lavoro si sentirebbe a proprio agio. L'Italia, tuttavia, sembra amplificare questa discrepanza, con una leadership particolarmente cauta che fatica a tenere il passo.

Eppure, il mercato dell'AI in Italia ha raggiunto 1,8 miliardi di euro nel 2025, registrando una crescita impressionante del 50% rispetto all'anno precedente. Nel 2026, il 40% delle aziende italiane ha già adottato l'Intelligenza Artificiale, un aumento del 33% rispetto al 30% del 2025. Le grandi imprese sono state le pioniere, passando dal 32,5% di adozione nel 2024 al 53,1% nel 2025. Anche le PMI hanno quasi raddoppiato l'utilizzo, passando dal 7,7% al 15,7% nello stesso periodo. L'84% delle grandi aziende ha acquistato licenze di Generative AI, con un aumento del 31% in un solo anno.

Nonostante questa dinamica positiva, l'Italia mostra ancora un ritardo rispetto alla media europea. Nel 2025, il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti ha utilizzato almeno una tecnologia di AI, contro una media europea del 20%. E per quanto riguarda le aziende con un livello avanzato di maturità nell'adozione dell'AI, l'Italia si ferma al 13% rispetto al 22% della media UE. Un dato preoccupante è che il 76% delle PMI italiane non ha investito né prevede di investire in intelligenza artificiale, e solo il 7% ha avviato programmi strutturati, evidenziando una potenziale perdita di opportunità per il tessuto economico del Paese.

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Quali sono le barriere? La mancanza di competenze specifiche è il fattore più citato, sia a livello europeo (70,3%) che italiano (58,6% per micro e piccole imprese). Nel 2025, su 621.000 richieste di lavoratori con competenze digitali avanzate in Italia, oltre la metà (316.000) sono risultate di difficile reperimento. A ciò si aggiungono problemi legati alla scarsa qualità dei dati disponibili (segnalati dal 74% delle imprese italiane) e l'esperienza di rilavorazioni, ritardi o arretrati a causa di output AI insufficienti (77% delle aziende). Solo un'impresa italiana su dieci si dichiara pienamente pronta a governare l'AI in modo efficace, sia per competenze che per processi e framework organizzativi.

Dal punto di vista dei lavoratori, l'AI è vista come un'opportunità per migliorare l'efficienza: il 72% di coloro che la usano regolarmente afferma di essere diventato più produttivo. Tuttavia, persiste anche una certa preoccupazione: il 30% dei dipendenti italiani teme che l'AI possa rendere superflua una parte significativa delle proprie mansioni, una quota superiore alla media UE del 25%. Tra chi già utilizza questi strumenti, la percentuale sale al 45%. Il 57% degli italiani ritiene che l'AI svolgerà una quota rilevante, se non la maggior parte, delle proprie mansioni giornaliere, rispetto al 46,5% della media europea. Questa doppia percezione, tra opportunità e timore, riflette la complessità della transizione in atto.

Consapevole di queste sfide, il governo italiano ha intrapreso azioni concrete. L'Italia ha approvato una legge nazionale sull'Intelligenza Artificiale, il primo quadro normativo organico in Europa, pienamente coerente con l'AI Act europeo. Questa legge prevede un programma di investimenti da 1 miliardo di euro a favore di startup e PMI nei campi dell'AI, della cybersicurezza e delle tecnologie emergenti. Già a novembre 2021 era stato adottato il "Programma Strategico per l'Intelligenza Artificiale 2022-2024", con l'obiettivo di rafforzare le competenze, aumentare i finanziamenti per la ricerca e incentivare l'adozione dell'AI. Le aziende italiane prevedono di investire in media 18,4 milioni di dollari in AI nel 2026, meno della media globale di 28 milioni, ma con una crescita attesa del 45% nei prossimi due anni e un ROI atteso del 20% nel 2026, che dovrebbe salire al 38% entro due anni.

Nonostante gli sforzi normativi e gli investimenti previsti, il percorso dell'Italia verso una piena integrazione dell'AI è ancora costellato di ostacoli. La riluttanza dei manager, unita alla persistente mancanza di competenze specifiche e alla difficoltà di reperire talenti, rischia di rallentare la capacità del sistema Paese di capitalizzare su un mercato in forte espansione. Per i cittadini, questo si traduce in una potenziale minore competitività delle imprese italiane, con ricadute sull'occupazione, sulla qualità dei servizi e sulla capacità di innovazione. È fondamentale che la leadership aziendale colmi rapidamente il divario di percezione e preparazione, allineandosi con la spinta innovativa del mercato e la disponibilità dei lavoratori, per non perdere il treno di una trasformazione che sta già ridisegnando il futuro del lavoro e dell'economia, e che richiede un approccio coeso e lungimirante.

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