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Ambiente
Fauna a rischio overtourism: l’India vieta gli smartphone nei safari

Fauna a rischio overtourism: l’India vieta gli smartphone nei safari

La Redazione ·5 maggio 2026 13:15

Immaginate una tigre maestosa, regina indiscussa della foresta, che si aggira spaesata tra un labirinto di auto urlanti. Overtourism: questo il nemico invisibile che sta soffocando la fauna selvatica in India. A febbraio, un video virale ha catturato l’attenzione globale: nel Parco Nazionale di Ranthambore, la felina cerca una via di fuga, mentre folla festose protendono i telefoni per la selfie perfetta. Ma a che prezzo? L’affollamento genera stress cronico – livelli di cortisolo alle stelle – spingendo gli animali verso comportamenti aggressivi.

L’India non ha esitato. Una sentenza della Corte Suprema ha imposto il divieto totale degli smartphone nelle zone più sensibili delle riserve per tigri. Prima di entrare, i visitatori depositano i cellulari in scatole sigillate o li silenziano nelle borse. Niente safari notturni, che disturbano gli animali; niente edilizia selvaggia ai confini delle foreste. E durante le ore d’oro – alba e tramonto – i percorsi interni restano inviolati. Turisti sconsiderati? Casi di telefonini caduti nelle zampe delle belve, guide costrette a rischiare, persino bambini in pericolo per un selfie.

Non è solo questione di sicurezza umana. Qui si gioca l’equilibrio fragile tra curiosità vorace e tutela della vita selvatica. L’India vanta oltre 3.600 tigri del Bengala, il 75% della popolazione mondiale, concentrate in riserve come Ranthambore e Jim Corbett. Popolazioni in crescita, sì, ma con esse esplode la domanda di safari. La geolocalizzazione delle foto su Instagram attira orde; i gruppi WhatsApp tra autisti diffondono avvistamenti in tempo reale, creando ingorghi letali. "Senza sensibilità verso le tigri, le stermineremo", avverte un esperto. Nuove regole che mugugnano gli operatori turistici, ma promettono una rivoluzione.

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Il fenomeno travalica i confini indiani. Movimenti per safari etici guadagnano terreno, certificati da enti internazionali. In Kenya, standard rigidi dopo video di gnu bloccati da turisti; alle Svalbard, crociere a 300 metri dagli orsi polari; in Sri Lanka, operatori locali invocano regolamenti ferrei. Un turismo che ripensa se stesso: non chasse all’immagine instagrammabile, ma immersione rispettosa in ecosistemi complessi, tra paesaggi e avifauna.

"Gli animali non sono materiale da like". Parole dure, ma vere. Molti vedono la natura come trofeo digitale, filtrata dallo schermo, perdendo l’essenza. Peggio: operatori compiacenti fomentano il caos. La soluzione? Scegliere guide etiche, educare alla distanza giusta, alla gentilezza. Come a scuola: cellulari confiscati fino alla fine del safari. Dal gufo rumeno alla tigre indiana, l’umano pretende il protagonismo, rischiando tutto. Un gioco a perdere. È tempo di cambiare: per le tigri, per noi.