Annamaria Malato prova a riportare il dibattito dentro i confini della manifestazione, e soprattutto dentro i confini dei libri. La presidente di Più Libri Più Liberi invita Giorgia Meloni a visitare la Fiera dell’editoria alla Nuvola dell’Eur, convinta che solo lì, davanti agli stand e ai visitatori, possa emergere con chiarezza ciò che la polemica ha finito per deformare: una manifestazione popolata da editori, giornalisti e operatori di orientamenti diversi, nata per mettere al centro il lavoro editoriale e non lo scontro politico. “Venga a vedere con i suoi occhi”, è il senso del suo appello. E, nelle sue parole, c’è la volontà di chiudere un malinteso che giudica profondo, quasi sproporzionato rispetto al gesto che lo ha acceso.
Il punto più contestato riguarda il documento che i partecipanti devono sottoscrivere, un allegato al regolamento della Fiera. Fino all’anno scorso il testo richiamava i valori della Costituzione italiana, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e della Dichiarazione universale dei diritti umani; per l’edizione 2026, invece, è stata aggiunta una formula che impegna gli espositori a riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico italiano. Per la premier, si tratta di un segnale di censura; per Malato, è semmai un chiarimento di principi già impliciti nel regolamento e nella storia stessa della manifestazione. La presidente insiste sul fatto che non ci sia mai stata alcuna intenzione partitica, né un orientamento politico imposto dall’alto. La Fiera, ricorda, va avanti da venticinque anni proprio sulla base della libertà.
In questa edizione, spiega, il contesto organizzativo è cambiato: una nuova squadra di curatori, una nuova governance, alcune innovazioni pensate per riportare l’attenzione su ciò che accade davvero nei padiglioni. L’obiettivo era semplice e ambizioso insieme: tornare a parlare di libri. Smorzare le tensioni, ridare centralità agli editori, sottrarre spazio alle dispute accessorie. È andata diversamente. La polemica ha finito per dominare la scena e, secondo Malato, ha persino trasformato in caso politico quello che era stato concepito come un aggiornamento del regolamento. Per questo la Fiera intende approfondire la questione con il Comitato di Indirizzo, senza però rinunciare alla convinzione di aver agito nel solco della propria identità.
Dietro questa vicenda c’è però qualcosa di più vasto di un documento amministrativo. C’è il cortocircuito, sempre più evidente, tra cultura e politica. E c’è una tensione che attraversa festival, rassegne, saloni letterari: luoghi che dovrebbero favorire il confronto e che invece finiscono spesso risucchiati nella logica della contrapposizione. Malato osserva che questa polarizzazione riflette la società nel suo insieme, ma nella cultura assume un peso ulteriore, perché colpisce un settore fatto di piccoli imprenditori, lavoro fragile, passione quotidiana e margini stretti. La letteratura, in fondo, chiede il contrario degli slogan: tempo, complessità, approfondimento. Chiede ascolto. Chiede sfumature.
È proprio questo, per la presidente, il punto che rischia di andare perduto quando il dibattito si accende fino a diventare fine a se stesso. Il libro, dice in sostanza, non serve a semplificare il mondo ma a renderlo leggibile con maggiore profondità. La Fiera nasce per far incontrare gli editori con il loro pubblico, non per alimentare una contesa identitaria. E se oggi il caso ha assunto un valore più ampio, quasi simbolico, resta la speranza che il confronto torni a misurarsi con ciò che conta davvero: il senso della manifestazione, la sua storia, e quella libertà che Malato considera non un dettaglio da rivendicare, ma il suo fondamento più naturale.







