La moda italiana arriva a SAMAB 2026 con un profilo solido e, al tempo stesso, esposto a una trasformazione inevitabile: il comparto vale 87,4 miliardi di euro, l’abbigliamento pesa per 40 miliardi e l’export tocca 27,3 miliardi, ma dietro questi numeri si muove una filiera che deve ripensare processi, tempi e competenze per restare competitiva. Il quadro emerso al congresso restituisce l’immagine di un sistema vivo, esteso, ancora fortemente manifatturiero, ma ormai chiamato a misurarsi con una pressione tecnologica che non è più accessoria: è parte stessa della sopravvivenza industriale.
Il tessuto produttivo conferma questa centralità. Nel primo trimestre del 2026, le imprese attive nella fabbricazione di articoli di abbigliamento risultano quasi 37.100, con oltre 196.700 addetti. La geografia del settore racconta una leadership chiara: la Toscana guida la classifica nazionale con 7.645 imprese, pari al 20,6% del totale, seguita da Lombardia, Campania, Veneto, Emilia-Romagna e Puglia. Non si tratta soltanto di una distribuzione statistica; è la prova di un ecosistema diffuso, fatto di distretti, specializzazioni e saperi che continuano a rappresentare uno degli asset più riconoscibili del Made in Italy.
Proprio qui si apre il punto decisivo. L’evoluzione dei mercati internazionali non lascia più spazio a modelli produttivi lenti o poco integrati. Automazione, intelligenza artificiale, Big Data, Internet of Things, digital twin e monitoraggio in tempo reale stanno cambiando il modo in cui le imprese progettano, fabbricano e distribuiscono. La digitalizzazione, in questa prospettiva, non è una semplice modernizzazione di superficie: diventa un modo per comprimere il time-to-market, migliorare la pianificazione delle risorse e ridurre gli sprechi lungo tutta la catena del valore. È una questione di efficienza, ma anche di lucidità strategica.
A rafforzare questa lettura è il mercato italiano dell’IoT, che ha raggiunto quota 10,9 miliardi di euro. Il dato non fotografa soltanto una crescita tecnologica; segnala la maturazione di un’infrastruttura che può sostenere nuove forme di controllo, tracciabilità e interoperabilità tra reparti, fornitori e canali commerciali. Tuttavia, l’adozione di queste soluzioni resta frenata da ostacoli molto concreti: i costi iniziali di investimento, la carenza di competenze tecniche specializzate, la resistenza al cambiamento di una parte delle piccole e medie imprese e il peso delle nuove regole europee su tracciabilità e sostenibilità ambientale. È un passaggio delicato. Necessario, ma tutt’altro che lineare.
Su questo equilibrio tra tradizione e innovazione si concentra il senso più profondo del dibattito aperto da SAMAB, in vista della prossima edizione di SAMAB – Fashion Technologies Event, prevista dal 25 al 27 maggio 2027 a Fiera Milano Rho. L’obiettivo è chiaro: creare un luogo in cui industria, istituzioni e innovazione possano dialogare senza formule astratte, ma partendo dai problemi reali della filiera. La forza del sistema moda italiano, come è emerso nel congresso, nasce dal saper fare, dalla qualità manifatturiera e dalla capacità di leggere i mutamenti del mercato; ma oggi questa eredità ha bisogno di strumenti nuovi per tradursi in competitività duratura.
Dentro questa prospettiva si colloca anche il tema della distribuzione, che resta uno dei veri snodi economici del settore. Gestire male gli stock o disallineare produzione e domanda significa comprimere margini, immobilizzare capitale e indebolire i bilanci. Al contrario, una maggiore integrazione verticale e una migliore circolazione dei dati consentono di avvicinare la produzione alla domanda reale, rendendo più preciso il passaggio dalle collezioni al mercato. In un contesto in cui la velocità conta quanto la qualità, chi riesce a governare meglio il flusso dal cliente finale alla materia prima acquisisce un vantaggio competitivo difficile da recuperare.
Il congresso ha dato spazio anche a una riflessione più ampia sui modelli di business emergenti, sul ruolo dell’innovazione applicata e sulla necessità di trasformare il patrimonio industriale italiano in un sistema più reattivo. Le sessioni tecniche e i confronti istituzionali hanno affrontato i grandi temi della filiera: internazionalizzazione, trasferimento tecnologico, intelligenza artificiale e nuove competenze. Il messaggio che ne emerge è netto: la moda italiana non sta semplicemente adottando nuove tecnologie, sta ridefinendo il proprio modo di produrre, vendere e raccontarsi. E in questa trasformazione, la capacità di coniugare identità manifatturiera e organizzazione digitale diventa il vero terreno su cui si misurerà il futuro del settore.







