Il Senato degli Stati Uniti ha respinto una risoluzione cruciale. Mercoledì, con un voto serrato di 47 a 52, i senatori hanno fermato il provvedimento sostenuto dai Democratici, che mirava a circoscrivere i poteri del presidente Donald Trump nell’impiego della forza militare contro l’Iran. Presentata dalla senatrice Tammy Duckworth, la mozione non ha raccolto i consensi necessari per approdare alla votazione finale. Non è la prima volta: tentativi analoghi, lanciati dall’inizio di marzo, sono naufragati contro la resistenza repubblicana.
Eppure, il contesto è febbrile. Trump ha dichiarato che la guerra, accesa il 28 febbraio con l’offensiva israeliana, volge al termine. Un cessate il fuoco fragile regge, tra tensioni palpabili, mentre fervono i preparativi per rilanciare i colloqui di pace. Il primo round, mediato dal Pakistan, si è chiuso in un vicolo cieco, senza passi avanti concreti. Washington mantiene un cauto ottimismo, ma brandisce la minaccia di sanzioni più dure contro chi acquista petrolio iraniano. Il blocco navale statunitense stringe lo Stretto di Hormuz, soffocando i traffici e amplificando la pressione economica.
Al cuore del contenzioso pulsano nodi irrisolti. Il programma nucleare iraniano rimane una spina nel fianco, ostacolo ineludibile a qualsiasi intesa. L’allentamento delle sanzioni, pilastro delle richieste di Teheran, incontra il muro dell’intransigenza americana. Nel frattempo, gli attacchi israeliani in Libano continuano a infiammare il fronte, rischiando di mandare in frantumi gli sforzi diplomatici. Ogni missile che cade complica il quadro, trasformando la diplomazia in un esercizio di equilibrismo su un filo teso. In questo intreccio di ambizioni e timori, il rifiuto del Senato riecheggia come un segnale: i poteri di guerra di Trump restano intatti, e con essi l’incertezza di un Medio Oriente sull’orlo del baratro.







