In elenco AGCOM: queste semplici parole stanno rivoluzionando le biografie dei profili social più influenti. Non si tratta di un capriccio stilistico, ma di un obbligo legale che segna la fine dell’era della deregulation per i professionisti del digitale. L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha imposto un regime di vigilanza rigoroso, trasformando la comunicazione online in un’arena di trasparenza assoluta.
Immaginate un influencer che supera i 500.000 follower su una piattaforma o accumula una media di un milione di visualizzazioni mensili negli ultimi sei mesi. Se l’attività ha una natura economica – e spesso ce l’ha – scatta l’obbligo: iscriversi al portale ufficiale e aggiornare i dati ogni semestre. La dicitura “in elenco AGCOM”, o la sua versione internazionale “influencer listed by AGCOM”, deve apparire in un punto del profilo ben visibile. Basta il nome o la ragione sociale nel nome utente per evitare ridondanze; il resto è puro dovere di chiarezza.
Ma la trasparenza va oltre le bio. Ogni filtro o software che altera drasticamente l’aspetto del creator o dei prodotti promossi richiede un avviso esplicito: “contenuto modificato” o “foto filtrata”, magari nei primi hashtag o nel testo del post. Questo meccanismo previene distorsioni della realtà, costruendo un rapporto onesto con il pubblico. È un pilastro che eleva i creator al livello degli editori tradizionali, caricandoli di responsabilità diretta.
Le sanzioni non perdonano. Mancata iscrizione? Fino a 100.000 euro. Pubblicità occulta? Da 10.000 a 250.000 euro. E per violazioni su minori o odio, si arriva a 600.000 euro. Il quadro normativo, ispirato al Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi, non lascia scampo. Persino le agenzie che gestiscono questi profili ne rispondono.
Zone d’ombra persistono, però. Per i creator residenti all’estero, vale il principio del paese di origine, ma l’Italia interviene se i contenuti puntano al mercato nazionale o ledono i consumatori. I giornalisti, poi, navigano un labirinto: oltre alle regole AGCOM, dal giugno 2025 devono attenersi a un codice deontologico che vieta promozioni commerciali. Alla fine, contano la monetizzazione e i numeri: sono loro a dettare l’iscrizione, a prescindere dalla professione.







